Una assurda ossessione? Una sorta di sindrome di Stoccolma, cioè di perversa dipendenza psicologica e attrazione per il proprio nemico? O, più semplicemente, un subdolo e machiavellico calcolo che fa diventare amico chi ostacola il tuo nemico, senza andare troppo per il sottile? Le domande, come suol dirsi, sorgono spontanee a leggere i dati offertici dall’analista Lorenzo Ruffino sulla presenza sui giornali italiani dei più noti politici negli ultimi tre mesi. A sorpresa si scopre che, dopo Giorgia Meloni, che oltre ad essere leader del centrodestra è presidente del consiglio, il più citato politico italiano è Roberto Vannacci. Seguono, nell’ordine, Conte, Salvini, Schlein, Tajani e Renzi. Come si spiega l’exploit di colui che fino a pochi mesi non aveva nemmeno un partito e che comunque, allo stato dei fatti, non si è misurato ancora con le urne e può contare solo su pochissimi deputati transfughi da altri gruppi parlamentari?
Certo, i sondaggi lo attestano intorno all’otto per cento, ma per il momento di sole intenzioni di voto si tratta, legate probabilmente alla novità rappresentata dalla sua comparsa: una bolla che potrebbe certo essere confermata dal voto, ma anche sgonfiarsi facilmente di qui a un anno o meno, cioè il giorno delle elezioni. Il fatto è che si può ben dire che allo stato attuale quello di Vannacci è un fenomeno per lo più mediatico, che non a caso è stato creato proprio da quei giornali che ogni giorno sbattono in pagina notizie, commenti, analisi, per lo più irrilevanti, sul generale. Se si va poi ad analizzare quali siano i giornali più presi dall’ossessione vannacciana, non meraviglia che al primo posto si trovi proprio Repubblica, il foglio più ostile verso il governo in carica.
La volontà di provocare e metterlo in imbarazzo è fin troppo evidente, ma non può dirsi che sia riuscita finora ad otttenere risultati: Giorgia Meloni continua sulla sua strada senza mostrare tentennamenti nel giudizio su Futuro Nazionale. Fra l’altro, non va dimenticato che fu il giornale fondato da Scalfari a lanciare nel 2023 Vannacci, montando un caso editoriale intorno a Il mondo all’incontrario, un libro che girava quasi “clandestino” in rete, accusandolo di razzismo e xenofobia. Per festeggiare l’evento, il generale si è addirittura inventato per il giorno dell’anniversario della stroncatura un Matteo Pucciarelli Day, dal nome del giornalista autore dell’articolo! A ruota, ma distanziati, seguono nelle citazioni La Stampa, il Corriere, La Verità, il Fatto, cioè, tranne il quotidiano diretto da Belpietro, tutti fogli ostili o critici al governo in carica.
Come è noto, regola fondamentale della comunicazione moderna è che la notizia si crea parlandone: più si parla di Vannacci, più il fenomeno cresce nella realtà. In molti dimenticano però l’altra regola da tener sempre presente e che è poi l’altra faccia della medaglia: la sovraesposizione mediatica alla fine può danneggiare. In effetti, passata la novità, il rischio è che anche Vannacci diventi per chi oggi lo segue un altro fra i tanti personaggi che animano il teatrino mediatico che ogni giorno scorre sugli schermi dei nostri televisori o riempi le pagine dei giornali. Parafrasando Ennio Flaiano, si potrebbe dire che ci vuole un attimo a passare da sicura promessa a “solito noto”, ovvero, nel nostro caso, a “prezzemolino” che compare dappertutto a giocare la sua prevedibile parte in commedia.
Se a ciò aggiungiamo il fatto che l’errore o lo scandalo, più o meno costruito, è sempre dietro l’angolo per chi è troppo esposto, si può dire che il tempo non giochi certo a favore di Vannacci. Il quale, nell’entrare in politica, si è dimostrato bravo a cogliere l’attimo, quel kairos o tempo opportuno di cui parlavano gli antichi, ma forse dimentica che le vicende umane, per dirla con Machiavelli, sono soggette non solo alla virtù ma anche alla fortuna. Andreotti aveva solo parzialmente ragione: il potere, soprattutto quello mediatico, può logorarare anche chi ce l’ha.




