El Koudri cercava informazioni su precedenti attacchi in Europa. Per il GIP voleva colpire il maggior numero possibile di persone. Nessuna affiliazione jihadista è stata finora accertata, ma il caso impone una riflessione sulla radicalizzazione islamica individuale e sulla minaccia di chi può emulare il terrorismo senza appartenere a una cellula.
Una donna morta. Un’altra privata di entrambe le gambe. Altre persone travolte. E un’automobile trasformata in un’arma contro esseri umani che avevano soltanto la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
È da qui che bisogna partire per parlare della strage di Modena. Dai fatti. E soprattutto dalle vittime.
Monica Esposito aveva 55 anni. È morta il 22 luglio per le gravissime conseguenze delle ferite riportate il 16 maggio, quando Salim El Koudri si è lanciato con un’auto contro i passanti.
Ma con il trascorrere delle settimane è emerso qualcosa che rende questa storia ancora più inquietante e che impedisce di archiviarla frettolosamente sotto l’etichetta del gesto di un folle.
El Koudri aveva cercato informazioni su attentati compiuti in Europa. Dai suoi dispositivi è emerso materiale relativo a precedenti azioni terroristiche.
È un dato che pesa moltissimo.
Non perché dimostri automaticamente che El Koudri fosse un jihadista. Non lo dimostra. E allo stato degli elementi pubblicamente conosciuti non risulta accertata una sua appartenenza a un’organizzazione terroristica islamista.
Ma esiste una domanda alla quale le indagini devono dare una risposta: perché un uomo che successivamente avrebbe utilizzato un’automobile contro una folla si interessava a precedenti attentati?
E soprattutto: quelle ricerche hanno avuto un ruolo nella decisione di agire?
Sono interrogativi legittimi. Anzi, inevitabili.
Perché ciò che è stato trovato nei dispositivi di El Koudri deve essere letto insieme alla dinamica della strage e alle parole con cui il GIP ha valutato la sua condotta.
È questo uno dei punti più pesanti dell’intera vicenda.
Secondo appunto il GIP Donatella Pianezzi, El Koudri «voleva colpire più persone possibile».
Non è una valutazione marginale.
La ricostruzione della traiettoria dell’automobile avrebbe mostrato una condotta orientata a investire altri passanti: dopo aver travolto persone da una parte della strada, il veicolo sarebbe tornato sulla carreggiata dirigendosi verso il marciapiede opposto, dove si trovavano altre persone.
La violenza, inoltre, non si sarebbe conclusa con l’auto.
El Koudri avrebbe cercato di ripartire e, una volta abbandonato il veicolo, avrebbe proseguito la fuga armato di coltello, ferendo chi tentava di fermarlo.
C’è poi un altro elemento dell’ordinanza che merita attenzione.
Il GIP, sulla base degli elementi disponibili in quella fase, non avrebbe individuato un collegamento tra l’azione e il disturbo schizoide per il quale El Koudri era stato seguito in passato, né elementi tali da ritenerlo incapace di intendere e di volere al momento dei fatti.
Questo non significa anticipare gli esiti degli eventuali accertamenti psichiatrici successivi.
Significa però che la parola “follia”, utilizzata quasi automaticamente per spiegare l’inspiegabile, non può diventare una risposta buona per tutto.
Perché resta da comprendere il movente.
E restano quelle ricerche dove compare l’ombra dell’emulazione.
È qui che il caso di Modena incontra una questione molto più grande: la capacità dell’estremismo islamista di produrre non soltanto organizzazioni e militanti, ma anche modelli di violenza imitabili.
Negli ultimi anni il terrorismo jihadista ha mostrato quanto poco possa servire per seminare morte: un’automobile, un coltello, una strada affollata.
Non occorre necessariamente costruire un ordigno. Non occorre possedere un arsenale. E, soprattutto, non occorre necessariamente appartenere a una struttura organizzata per copiare ciò che altri terroristi hanno già fatto.
È questo il punto sul quale sarebbe pericoloso chiudere gli occhi.
Una cosa è dimostrare che un uomo appartenga alla jihad, circostanza che nel caso El Koudri non risulta finora accertata.
Un’altra è verificare se quell’uomo sia stato influenzato, suggestionato o abbia deliberatamente emulato modalità d’azione già utilizzate dal terrorismo
È precisamente questa seconda possibilità che merita di essere investigata senza pregiudizi.
Perché il radicalismo più difficile da intercettare potrebbe essere proprio quello che non possiede un’organizzazione alle spalle.
Una cellula comunica. Un gruppo organizza incontri. Un finanziatore muove denaro. Un reclutatore stabilisce contatti. Sono tutte attività che possono produrre tracce.
L’individuo isolato può invece non produrne quasi nessuna.
Può osservare attentati già avvenuti. Può studiarne le modalità. Può alimentare privatamente il proprio rancore. E può arrivare a decidere di agire senza ricevere un solo ordine.
È questa la natura inquietante del cosiddetto lupo solitario.
Non bisogna immaginare necessariamente un soldato segreto dell’Isis nascosto nelle nostre città. Sarebbe una rappresentazione semplicistica del problema.
La minaccia più difficile può essere un’altra: qualcuno che non appartiene formalmente a nessuno e che tuttavia trova nell’immaginario estremista un modello per esprimere la propria violenza.
Ed è infinitamente più complicato intercettare un emulatore prima che agisca.
È questa la riflessione che il caso di Modena dovrebbe imporre.
L’Islam radicale non deve essere considerato pericoloso soltanto quando produce organizzazioni terroristiche strutturate. La propaganda jihadista ha diffuso per anni idee, immagini e soprattutto modalità operative pensate anche per rendere replicabile la violenza.
Il suo veleno può funzionare anche senza un arruolamento.
Può offrire un linguaggio all’odio, un bersaglio al rancore e un precedente a chi cerca un metodo per trasformare la propria violenza in una strage.
Questo non consente di attribuire automaticamente una matrice jihadista a qualsiasi crimine commesso con un’automobile o un coltello.
Ma impone di non ignorare gli indizi quando esistono.
E nel caso di Modena esiste un dato investigativo preciso sul quale è necessario fare completa chiarezza: prima della strage, El Koudri aveva effettuato ricerche relative ad attentati compiuti in Europa.
Il punto non è attribuirgli oggi un’appartenenza che non è stata provata.
Il punto è capire perché effettuasse quelle ricerche e se esista un collegamento tra ciò che osservava e ciò che successivamente ha fatto.
Non può bastare affermare: “ era matto”.
C’è una tentazione che accompagna spesso atrocità apparentemente incomprensibili: trovare immediatamente una spiegazione capace di chiudere il caso.
Era folle.
Era isolato.
Non apparteneva a nessuna organizzazione. Caso chiuso. No!
L’assenza di una rete terroristica non risolve automaticamente il problema della possibile radicalizzazione. E una storia psichiatrica non esclude necessariamente che un individuo possa essere suggestionato da modelli estremisti.
Sono fenomeni che possono persino sovrapporsi.
Per questo servono indagini, perizie e prove. Non etichette costruite nelle prime ore.
La domanda sulla matrice della strage di Modena rimane dunque aperta e sarà la magistratura, a stabilire fino a che punto quelle ricerche sugli attentati siano collegate al massacro.
Ma pretendere una risposta non significa speculare.
Significa rifiutarsi di ignorare una coincidenza investigativa troppo importante per essere trattata come una curiosità.
Una donna è morta.
Un’altra ha perso entrambe le gambe.
Altre persone sono state travolte.
Secondo il GIP, El Koudri voleva colpire più persone possibile.
E prima di quel giorno aveva cercato informazioni su attentati avvenuti in Europa.
Questi elementi non autorizzano scorciatoie giudiziarie.
Autorizzano però domande durissime.
Se gli accertamenti dimostreranno una matrice jihadista, bisognerà chiamarla con il suo nome, senza esitazioni. Se dimostreranno altro, bisognerà avere la stessa nettezza nel riconoscerlo.
Ma c’è una lezione che va oltre il destino giudiziario di un singolo uomo.
L’estremismo del nostro tempo può cambiare forma.
Può non avere una sede.
Può non avere un capo.
Può non avere una cellula.
Può persino non avere un ordine.
Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci di più.
Perché una rete può essere sorvegliata. Una cellula può essere infiltrata. Un’organizzazione può essere smantellata.
L’uomo solo è molto più difficile da vedere arrivare.
Fino al momento in cui ciò che ha guardato smette di essere qualcosa da osservare.
E diventa qualcosa da imitare.




