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Report, il "re della patata" distrutto da Ranucci. "Ma non si è mai scusato"

di Claudia Osmettimartedì 15 settembre 2026
Report, il "re della patata" distrutto da Ranucci. "Ma non si è mai scusato"

3' di lettura

«La libertà e la curiosità della stampa sono lo specchio di una democrazia sana. Ma un conto è il giornalismo d’inchiesta e un altro è il “furto” di un’inchiesta, quello che a volte si sostituisce agli organi inquirenti e che si alimenta con notizie trapelate pure in maniera illecita». Giulio Romagnoli è un imprenditore schietto che parla con la sicurezza di chi è passato attraverso nove anni di calvario giudiziario amplificato da un’eco mediatica che ha rischiato di travolgerlo.

Parte a ritroso a raccontare la sua storia, parte cioè da quel 2023 di rinascita quando lui, il “re delle patate”, ex patron della Fortitudo basket e titolare della Romagnoli fratelli spa, è stato assolto con formula piena («perché il fatto non sussiste») dalle accuse di associazione a delinquere, frode in commercio e corruzione tra privati. C’erano quattordici altri indagati, in quel procedimento, assieme a Romagnoli: nemmeno uno è stato giudicato colpevole.

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IMPATTO
«Chi non c’è passato non può capire l’impatto che certe inchieste hanno nei confronti della gente perbene», dice, «quando ti capitano è come quando ti arriva una brutta diagnosi, ti cambia la vita e dalla sera alla mattina ti ritrovi con il buio e l’incertezza totale sul futuro, con le persone che per strada si girano dall’altra parte e ti tocca anche affrontare i bambini piccoli che tornano da scuola in lacrime perché i loro compagni di classe hanno detto: tuo-padre-lo-metteranno-in-galera-l’ho-visto-alla-tivù».

C’è l’aspetto economico, certo, che è il primo che viene in mente a quanti oggi trovano la pazienza di sfogliare le carte di quel processo, perché la Romagnoli mica era un’azienda piccolina, i suoi clienti erano le catene della grossa distribuzione, supermercati, ipermercati, aveva dipendenti, affari, una reputazione, faceva pure parte del Consorzio della patata dop di Bologna.

È stato tutto scombussolato da una puntata di Report, “La patata bollente”, ricca di indiscrezioni che nemmeno Romagnoli (ai tempi, era il 2014) conosceva: «Questo fa emergere anche una problematica sul piano legale», aggiunge il suo avvocato Ettore Grenci che l’ha assistito durante l’intero iter, «perché a queste condizioni si ravvisa una totale compromissione del diritto alla difesa, al contraddittorio. Quando ti trovi a scoprire di essere stato sottoposto a un’indagine, magari per reati gravi come nel nostro caso, da una trasmissione televisiva, e tu non ne sai ufficialmente ancora niente, come fai a difenderti? Se in mano non hai gli atti del fascicolo delle indagini preliminari a cui noi abbiamo avuto accesso solo due anni e mezzo dopo, di cosa ti metti a parlare? Ho sentito qualche volta Ranucci dire “noi chiediamo, diamo sempre la possibilità di spiegare”: sì, d’accordo, ma che tipo di possibilità è se le accuse mosse in televisione sono supportate da documenti passati illecitamente perché ancora coperti dal segreto istruttorio e io non ho ancora letto mezza carta della procura?».

In soldoni: nel 2014 Romagnoli è stato accusato di aver orchestrato una truffa sulla provenienza delle patate che importava dalla Francia e che avrebbe spacciato come venete; lui ha parlato subito di alcuni errori (peraltro marginali) in pochi documenti perché l’anno prima aveva lavorato 16.216 tonnellate di prodotto, il 94,6% delle quali italianissime e solo il 4,7% di origini d’oltralpe; il rinvio a giudizio è arrivato però nel 2019 anche se la gogna di Report lo aveva di fatto già messo alla berlina cinque anni prima; a gennaio del 2023 (e giusto perché «abbiamo superato la prescrizione dato che sapevamo di non avere proprio nulla da nascondere»), una sentenza di 92 pagine bollate gli ha dato ragione (tra parentesi, l’agente della forestale accusato di aver rivelato segreti d’ufficio condividendoli con la trasmissione di Rai3 si è beccato, nel 2021, quattro mesi con la condizionale e una multa di 5mila euro a testa per le parti civili che l’hanno portato alla sbarra tra cui anche i Romagnoli).

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PLICO ANONIMO
«In onda avevano detto di aver ricevuto un plico anonimo quando, invece, sono state trovate delle mail nella quale la redazione chiedeva di più per uscire col servizio. Io sono dell’idea che quando ci si sbaglia ci sia sempre l’opportunità di chiedere scusa, quando un’indagine della magistratura, che fa il suo lavoro e va rispettato, rivela che si è in presenza di una persona perbene dovrebbe essere una bella notizia e andrebbe festeggiata. Noi, tuttavia, le scuse da Report o da Ranucci, non le abbiamo mai ricevute. Per come siamo fatti noi lottiamo sempre e guardiamo avanti, non coviamo sentimenti di vendetta: ma storie come la nostra non devono capitare più».

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