Ci sono episodi davanti ai quali indignarsi per qualche ora non basta più. Ci sono fatti che impongono di interrogarsi su quale società vogliamo essere e, soprattutto, su quali principi non siamo disposti a negoziare.
L’aggressione subita a Milano dal rabbino Davia Mizrai Shalom, responsabile della sinagoga Chabad nella zona ovest della città, è uno di questi.
Un uomo si trovava alla fermata di un autobus. Stava andando a prendere i propri figli a scuola. Un gesto quotidiano, normale, banale. E proprio nella normalità di quella situazione sta forse l’aspetto che più inquieta.
Secondo quanto emerso dalle indagini, tre giovani lo avrebbero avvicinato e deriso, arrivando a togliergli il copricapo. Uno di loro lo avrebbe poi colpito con un calcio. Il rabbino ha raccontato di essere stato circondato e aggredito dopo aver cercato di documentare con il telefono ciò che stava accadendo.
Un ventenne è stato arrestato, mentre altri due giovani sono stati denunciati. Sono tutti nati in Italia e hanno origini nordafricane. Ma c’è soprattutto un elemento che considero essenziale sottolineare: nell’inchiesta è entrata anche la contestazione di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale o religiosa.
Non è un dettaglio.
E non può essere trattato come tale.
Naturalmente una contestazione della Procura non equivale a una condanna. Saranno il processo, le immagini richieste dagli inquirenti, le testimonianze e gli altri elementi raccolti a stabilire le responsabilità individuali e il movente.
Uno degli indagati ha respinto l’accusa di razzismo e ha sostenuto che la religione del rabbino non avesse avuto alcuna importanza. Anche questa versione deve essere riportata e sarà valutata dalla magistratura.
Ma esiste un principio che viene ancora prima di questa vicenda giudiziaria.
Chi vive in Italia deve rispettare le sue leggi
Chiunque viva nel nostro Paese deve rispettare le leggi della Repubblica italiana.
Non importa quale sia il suo cognome.
Non importa da dove provengano i suoi genitori.
Non importa quale Dio preghi o se non ne preghi nessuno.
Vale per chi possiede una storia familiare italiana da generazioni, per chi è arrivato da un altro Paese e per i figli degli immigrati nati e cresciuti qui.
La libertà religiosa non è negoziabile.
Un ebreo deve poter camminare per Milano indossando una kippah senza avere paura.
Un cristiano deve poter portare una croce.
Un musulmano deve poter andare in moschea.
Un ateo deve poter dichiarare liberamente di non credere.
Questa è l’Italia nella quale credo.
E chi pensa di poter intimidire, umiliare o aggredire un’altra persona per la sua identità religiosa deve sapere che davanti a sé deve trovare lo Stato e la legge.
Senza esitazioni.
Al rabbino e alla Comunità ebraica va tutta la mia vicinanza.
Al rabbino aggredito voglio esprimere tutta la mia solidarietà e la mia solidarietà.
La stessa vicinanza va alla Comunità ebraica di Milano e a tutte le comunità ebraiche italiane.
Perché nessuno dovrebbe arrivare al punto di chiedersi se sia più prudente nascondere un simbolo della propria fede prima di uscire di casa.
Eppure il problema dell’antisemitismo in Italia non è una sensazione.
I dati della Fondazione CDEC mostrano che nel 2025 sono stati registrati 963 episodi di antisemitismo, contro 877 nel 2024 e 453 nel 2023.
Ancora più preoccupante è l’aumento delle manifestazioni più gravi: le aggressioni fisiche censite sono passate da 8 nel 2024 a 18 nel 2025. Anche le discriminazioni sono aumentate sensibilmente.
Sono numeri che dovrebbero bastare a farci capire che non possiamo aspettare il prossimo episodio per indignarci nuovamente.
Il radicalismo islamista esiste e va contrastato
C’è poi un argomento difficile sul quale, a mio avviso, bisogna riuscire a parlare senza paura e senza generalizzazioni.
Il radicalismo islamista esiste.
Non significa dire che l’Islam sia sinonimo di estremismo.
Non significa affermare che i musulmani siano un problema.
E non significa che un cittadino di origine nordafricana debba essere guardato con sospetto.
Sarebbe profondamente sbagliato.
Ma proprio perché vogliamo evitare generalizzazioni dobbiamo essere altrettanto precisi nell’altra direzione: esistono correnti dell’islamismo radicale che hanno costruito la propria ideologia anche sull’odio verso gli ebrei, verso i cristiani, verso le società occidentali e persino verso altri musulmani.
Il jihadismo ha colpito l’Europa e rappresenta un fenomeno reale di sicurezza. Fingere che non esista non aiuta innanzitutto quei musulmani che ne rifiutano radicalmente l’ideologia e che vogliono vivere liberamente nelle nostre democrazie.
Contrastare l’islamismo radicale, dunque, non significa combattere una religione.
Significa difendere una società libera dal fanatismo.
E proprio perché considero il radicalismo islamista un problema serio, credo che sia necessario evitare di utilizzarlo come spiegazione automatica di qualsiasi episodio che coinvolga persone musulmane o di origine nordafricana.
Nel caso di Milano, allo stato attuale non è stata accertata una matrice jihadista.
Questo deve essere scritto chiaramente.
Le informazioni disponibili riferiscono inoltre che il ventenne arrestato aveva precedenti di polizia per rapina, ma non risultavano segnalazioni di natura politica.
Un’origine tunisina o marocchina non dimostra una radicalizzazione.
Essere musulmani non dimostra una radicalizzazione.
Essere immigrati o figli di immigrati non dimostra una radicalizzazione.
Servono fatti e prove.
Allo stesso tempo, però, esiste la contestazione relativa alla discriminazione razziale o religiosa formulata nell’ambito dell’inchiesta. Ed è altrettanto sbagliato ignorarla.
La risposta corretta non è quindi accusare preventivamente e nemmeno minimizzare preventivamente.
È indagare.
Capire.
E, qualora emergesse un movente di odio religioso o una forma di radicalizzazione, intervenire con tutta la fermezza consentita dalla legge.
Il problema dell’integrazione non può essere un tabù.
C’è anche una riflessione sull’integrazione che credo sia diventato impossibile evitare.
Integrare non significa soltanto offrire opportunità.
Significa anche costruire appartenenza.
Una persona nata in Italia da genitori stranieri deve poter sentirsi pienamente italiana e avere le stesse possibilità di chiunque altro. Ma essere parte di una comunità nazionale comporta anche condividere alcune regole fondamentali.
Non è necessario avere la stessa religione.
Non è necessario possedere le stesse tradizioni.
Non dobbiamo nemmeno pensarla tutti allo stesso modo.
Dobbiamo però riconoscerci reciprocamente il diritto di esistere e vivere liberamente senza alcun timore di nessun genere.
Se qualcuno cresce in Italia pensando che un ebreo meriti disprezzo perché ebreo, che un cristiano sia un nemico perché cristiano o che una donna possieda meno libertà perché donna, allora abbiamo un enorme problema.
E non affrontarlo per paura di essere accusati di intolleranza sarebbe un grave errore.
Allo stesso modo sarebbe un errore trasformare i comportamenti di alcuni individui in una condanna collettiva di milioni di persone.
La vera integrazione pretende entrambe le cose: diritti senza discriminazioni e rispetto delle regole senza eccezioni.
Basta chiamare tutto “bravata”.
C’è infine una parola che utilizziamo troppo spesso: bravata.
Un insulto diventa una bravata.
Una provocazione diventa una bravata.
Strappare qualcosa di dosso a qualcuno diventa uno scherzo.
Una minaccia viene liquidata come una frase pronunciata senza pensarci.
Poi arriva la violenza.
Ed è a quel punto che tutti ci chiediamo come sia stato possibile.
No.
Dobbiamo intervenire prima.
Quando un giovane manifesta segnali reali di radicalizzazione bisogna comprenderne l’origine e impedirne l’escalation.
Quando circolano propaganda jihadista e incitamenti all’odio bisogna contrastarli con fermezza.
Quando qualcuno commette un reato deve risponderne davanti alla legge, indipendentemente dalla propria origine.
E quando un ragazzo rischia di essere trascinato verso la criminalità o l’estremismo bisogna cercare di sottrarlo a quel percorso prima che sia troppo tardi.
Questa è sicurezza.
Non significa seminare paura.
Significa prevenirla.
Difendere un rabbino significa difendere la libertà di tutti noi.
C’è una fotografia simbolica che rimane di questa storia: un rabbino alla fermata di un autobus.
Non dovrebbe esserci niente di eccezionale.
Ed è proprio questo il punto.
Una società libera è quella nella quale un rabbino alla fermata dell’autobus non fa notizia.
Nella quale una kippah non diventa un bersaglio.
Nella quale una croce non diventa una provocazione.
Nella quale nessuno deve nascondere la propria identità per paura di chi potrebbe incontrare sulla strada.
Questo dobbiamo difendere.
Per farlo dobbiamo essere capaci contemporaneamente di combattere l’antisemitismo, contrastare il radicalismo islamista quando viene effettivamente individuato, va perseguito con fermezza .
Non sono battaglie contrapposte.
Sono la stessa battaglia.
Quella per una società nella quale la libertà appartiene a tutti e nella quale nessuno può utilizzare la propria ideologia, la propria origine o la propria religione come giustificazione per calpestare quella degli altri.
Al rabbino Davia Mizrai Shalom e alla Comunità ebraica va dunque tutta la mia vicinanza.
Alla magistratura spetta accertare fino in fondo che cosa sia accaduto a Milano e quali siano state le motivazioni dei singoli protagonisti.
Alle istituzioni spetta prevenire l’odio prima che diventi violenza.
E a noi spetta non abituarci.
Perché il giorno in cui considereremo normale che qualcuno venga insultato o aggredito per un simbolo religioso avremo già perso qualcosa di molto più grande della sicurezza delle nostre strade. Avremmo perso la nostra liberata’.




