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Islam e burqa, basta ambiguità: in Italia la legge viene prima dei precetti religiosi

di Andrea Pasinivenerdì 25 settembre 2026
Islam e burqa, basta ambiguità: in Italia la legge viene prima dei precetti religiosi

6' di lettura

Sono favorevole allo stop a burqa e niqab nelle scuole. Il governo ha avuto il coraggio di affrontare una questione delicata, ma per me bisogna andare oltre: una disciplina nazionale sulla riconoscibilità del volto e nessuna eccezione automatica in nome della religione islamica.
Sì, sono d’accordo. Senza tentennamenti.
Sono favorevole alla scelta compiuta dal governo sul divieto di burqa e niqab nelle attività scolastiche e riconosco al Consiglio dei ministri il merito politico di aver avuto il coraggio di affrontare apertamente una questione sulla quale per troppo tempo si è proceduto fra polemiche, interpretazioni e mezze misure.
Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre introduce infatti lo stop a burqa e niqab nelle scuole. È un provvedimento governativo che, come prevede la Costituzione per i decreti legge, dovrà ora passare dal Parlamento per la conversione in legge.
Personalmente considero quella scelta un passo nella direzione giusta.
E non credo che su principi come la sicurezza, la riconoscibilità delle persone e il rispetto delle regole comuni si debbano fare sconti a nessuno, tantomeno quando viene invocata una motivazione religiosa. Islam compreso.
Questo non significa essere contro i musulmani.
Significa affermare qualcosa di molto diverso: l’Italia è uno Stato laico nel quale ciascuno deve essere libero di professare la propria religione, ma nessuna religione ne tanto meno quella islamica può automaticamente collocare le proprie prescrizioni al di sopra delle norme dello Stato.
Vale per l’Islam.
Vale per il cristianesimo.
Vale per qualsiasi altra religione.
Non fermiamoci alle scuole.
Ed è proprio qui che, a mio giudizio, il provvedimento dovrebbe rappresentare un punto di partenza e non di arrivo.
Io vorrei che il Parlamento affrontasse anche la questione della riconoscibilità del volto nei luoghi pubblici e aperti al pubblico sull’intero territorio nazionale. Una normativa sull’argomento esiste già.
L’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, stabilisce il divieto, senza giustificato motivo, di utilizzare in luogo pubblico o aperto al pubblico caschi protettivi o altri mezzi capaci di rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. La ratio della disposizione è legata alla tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica.
Ma proprio le parole «senza giustificato motivo» hanno dato origine a una questione che considero necessario affrontare.
Non condivido il precedente del Consiglio di Stato
Nel 2008 il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3076, affrontò proprio il caso del velo integrale.
Il giudice amministrativo ritenne che il burqa non potesse essere equiparato automaticamente a una maschera e che il suo utilizzo per ragioni religiose o culturali potesse rientrare nel «giustificato motivo» contemplato dalla legge. La decisione precisò comunque che le esigenze di pubblica sicurezza consentono l’identificazione e, quando necessaria a questo scopo, la momentanea rimozione del velo; ricordò inoltre il divieto previsto in occasione delle manifestazioni pubbliche. 
Rispetto quella decisione come pronunciamento di un organo della giustizia amministrativa, ma politicamente non ne condivido l’impostazione.
E proprio perché siamo in una democrazia, ritengo che la risposta non debba essere attaccare i giudici per avere interpretato la normativa allora esistente.
La risposta deve essere un’altra: cambiare la legge.
Spetta al Parlamento stabilire una disciplina nuova e inequivocabile, nel rispetto della Costituzione, se ritiene che l’attuale equilibrio fra libertà religiosa, riconoscibilità e sicurezza pubblica non sia più adeguato.
La mia posizione è che, negli spazi nei quali la legge stabilisca la necessità di essere riconoscibili, la motivazione religiosa non dovrebbe costituire un’eccezione automatica alla regola.
E la norma dovrebbe valere per tutti.
Non soltanto per il burqa.
Non soltanto per i musulmani.
Per tutti.
Perché se davvero vogliamo difendere il principio di laicità, dobbiamo avere il coraggio di applicarlo fino in fondo: nessuna discriminazione contro una religione, ma nemmeno privilegi concessi in ragione di una religione.
C’è poi la libertà delle bambine e delle ragazze
Esiste un’altra questione sulla quale non intendo essere ambiguo.
Nessuna bambina e nessuna ragazza deve essere costretta dalla propria famiglia, dalla propria comunità o da un’autorità religiosa a coprirsi il volto contro la propria volontà.
E neppure qualora sia d’accordo la minore ad i dosarlo la
legge deve essere al di sopra di qualsiasi regala religiosa in questo caso quella islamica.
Questo principio, per me, viene prima di qualsiasi tradizione.
Naturalmente non si può sostenere che ogni donna o ragazza che indossa un velo lo faccia perché costretta. Sarebbe una generalizzazione priva di fondamento.
Ma quando la costrizione esiste, lo Stato deve intervenire a tutela della persona.
Perché la libertà religiosa non significa soltanto essere liberi di seguire una religione.
Significa anche essere liberi di non seguirne un precetto.
Una ragazza deve poter scegliere.
Una famiglia non dovrebbe poterle imporre contro la sua volontà di nascondere il proprio volto appellandosi semplicemente alla religione.
L’Italia deve essere il Paese nel quale quella ragazza sa di poter trovare nelle istituzioni qualcuno disposto a difendere la sua libertà.
Chi viene in Italia deve rispettarne le leggi e condividere i valori che vigono nel nostro paese.
E arrivo al punto che probabilmente farà maggiormente discutere.
Chiunque abbia scelto di trasferirsi in Italia deve sapere in quale Paese ha deciso di vivere.
L’Italia è una Repubblica democratica e laica. Garantisce libertà religiosa, libertà di parola e libertà di dissenso.
Anche chi appartiene alla comunità islamica ha quindi pieno diritto di contestare questa norma.
Può criticarla duramente.
Può manifestare pacificamente.
Può rivolgersi ai tribunali.
Può votare e sostenere chi propone di cambiarla.
Può chiedere al Parlamento di cancellarla.
Questo è il bello della democrazia.
Ma contestare una legge e decidere unilateralmente di non rispettarla sono due cose completamente diverse.
Se una persona arrivata dall’estero considera le regole fondamentali dell’ordinamento italiano incompatibili con il proprio credo e non intende accettarle, rimane libera di scegliere di tornare nel proprio Paese d’origine o di stabilirsi altrove.
È una scelta personale.
Quello che, a mio giudizio, non può pretendere è che sia l’Italia a rinunciare alle proprie regole semplicemente perché queste entrano in conflitto con una prescrizione religiosa.
E voglio essere altrettanto chiaro sul punto opposto: un musulmano italiano è italiano. Non esiste per lui un fantomatico «Paese al quale tornare» soltanto perché è musulmano.
Il criterio deve essere il rispetto delle leggi, non la religione o l’origine di una persona.
È proprio questo che significa uguaglianza davanti alla legge.
Integrare non significa dire sempre sì.
Abbiamo bisogno anche di recuperare il significato della parola integrazione.
Integrare non significa accettare automaticamente qualsiasi consuetudine.
Non significa modificare continuamente le regole per evitare che qualcuno possa sentirsi contrariato.
E non significa certamente permettere che una norma religiosa diventi superiore a quella civile
Integrare significa permettere a persone provenienti da culture e religioni differenti di vivere insieme all’interno dello stesso ordinamento.
Questo richiede diritti.
Ma richiede anche e sopratutto doveri.
Richiede rispetto reciproco.
E richiede soprattutto regole comuni.
È per questo che considero positivamente il passo compiuto dal governo nelle scuole.
Ma personalmente chiederei al Parlamento di andare oltre e affrontare con chiarezza la questione della riconoscibilità del volto negli spazi pubblici, superando legislativamente  nel rispetto della Costituzione quella parte dell’assetto normativo che ha consentito l’interpretazione espressa dal Consiglio di Stato nel 2008.
Non contro l’Islam.
Non contro i musulmani.
Ma in favore di una regola che considero fondamentale per uno Stato laico: puoi credere in ciò che vuoi, puoi professare liberamente la tua religione e puoi contestare democraticamente qualsiasi legge. Ma nessun credo religioso deve attribuire automaticamente il diritto di sottrarsi alle regole comuni.
E soprattutto nessuna bambina, nessuna ragazza e nessuna donna deve essere costretta a nascondere il proprio volto contro la propria volontà in nome della religione.
Libertà di credere. Libertà di non credere. Libertà di scegliere. E una legge uguale per tutti.
È questa, per me, la laicità.
Ed è su questo principio che l’Italia non dovrebbe arretrare di un centimetro.