Chi si aspettava un’esecuzione catastrofica, chi sperava di vedere Beatrice Venezi intimidita e prostrata di fronte all’attacco mediatico subito da settembre a oggi, rimarrà amaramente deluso. Sul palcoscenico del Teatro Verdi di Pisa, dove Georges Bizet torna con una nuova produzione di Carmen, la direzione d’orchestra ha imposto fin da subito una visione sicura e pienamente consapevole dell’enorme complessità di quest’Opera.
Beatrice Venezi, sul podio pisano, ha mostrato una padronanza notevole della partitura, mantenendo un controllo costante sulla compagine orchestrale e sul tessuto drammaturgico. La sua concertazione è stata attenta ai colori, ai giochi dinamici e alle nuances timbriche che rendono Carmen un capolavoro senza tempo, capace di alternare momenti di intenso lirismo a esplosioni di ritmo iberico e spirito popolare. Bizet non è un compositore semplice: richiede ritmo interno, controllo della tensione, equilibrio tra solisti e orchestra, oltre a una profonda comprensione dei caratteri. In questo senso, la direzione della Venezi ha saputo mettere in rilievo, scena dopo scena, il valore intrinseco della scrittura, accompagnando con attenzione le arie, il prezioso quintetto del secondo atto e i momenti più lirici (l’aria di Micaëla, così come l’aria del fiore di Don José, eseguita esattamente come scritta, con il si bemolle finale in pianissimo). A completare il quadro, colpisce anche ciò che non si è visto. Nessuna spilla sugli abiti degli orchestrali, nessun segnale di protesta, nessuna di quelle manifestazioni di disdegno che per mesi erano state annunciate e rilanciate sui social come un destino inevitabile. Al contrario, in buca si respirava un clima di concentrazione e partecipazione piena.
L’unica spilla presente era quella indossata dal direttore, una spilla Swarovski, citazione ironica — e mantenuta — di una battuta pronunciata in conferenza stampa, qui trasformata in un dettaglio elegante, non provocatorio. Un particolare minimo, ma eloquente: perché racconta meglio di molte parole la distanza tra la realtà del teatro e la narrazione costruita all’esterno. Al centro di tutto, l’Orchestra Sinfonica Fiorentina — in coproduzione con il Teatro di Pisa e altre realtà liriche italiane — ha risposto con entusiasmo e precisione, dimostrando non solo solidità tecnica ma anche una profonda empatia con la lettura orchestrale proposta dal direttore. Il lavoro del coro e dei cori di voci bianche, sotto la guida attenta del maestro Marco Bargagna, è risultato coerente e perfettamente integrato nel discorso musicale complessivo. Il cast vocale, molto ben selezionato dal direttore artistico Marco Tutino, ha ulteriormente consolidato l’efficacia dell’esecuzione. Nel ruolo di Carmen, Laura Verrecchia ha offerto un personaggio incisivo e carismatico; Leonardo Caimi ha interpretato Don José con solida presenza scenica e piena comprensione psicologica del personaggio; Devid Cecconi ha caratterizzato Escamillo con la dovuta autorevolezza e una vocalità piena e brillante; Valentina Mastrangelo, nel ruolo di Micaëla, ha fornito un fraseggio pulito e toccante. Gli altri membri del cast — da Antonino Giacobbe (Dancairo) a Saverio Pugliese (Remendado), da Laura Esposito (Frasquita) a Leyla Martinucci (Mercédès) — hanno costruito un quadro di comprimari di spessore, efficaci in scena e musicalmente solidi, contribuendo a una lettura complessiva della partitura che non lascia spazio a dubbi sulla qualità dell’allestimento.
La regia, affidata a Filippo Tonon, ha scelto una narrazione chiara e lineare dell’azione, rispettosa della scrittura di Bizet e priva di fronzoli: una messa in scena sobria e al servizio della drammaturgia, capace di accompagnare il flusso musicale senza stravolgimenti inutili. Non si può ignorare la difficoltà intrinseca di Carmen: è una partitura che mette a nudo le scelte di un direttore, e la risposta dell’orchestra diventa specchio di un progetto interpretativo. In questo caso, la musica ha parlato più forte di ogni pregiudizio mediatico. E allora, ai detrattori più agguerriti che da mesi annunciano una fantomatica inimicizia delle orchestre italiane verso la Venezi, una domanda appare inevitabile: se fosse davvero così invisa, come mai l’Orchestra Sinfonica Fiorentina si è trovata così a suo agio durante le prove e l’esecuzione di quest’Opera? E come mai coro e solisti hanno mostrato un entusiasmo così evidente nel lavorare con una professionista preparata e, al tempo stesso, attenta nei modi e nel rapporto umano? La risposta, almeno sul piano artistico, emerge limpida dal palco del Verdi.




