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Francesca Albanese, il murale che la celebra è abusivo

di Simone Di Meosabato 20 giugno 2026
Francesca Albanese, il murale che la celebra è abusivo

3' di lettura

Prendete una palazzina popolare a Barra, nella periferia est di Napoli, precisamente in corso Bruno Buozzi, a due passi dal verde di Villa Letizia. Metteteci i pennelli di Ciro Cerullo, in arte Jorit, lo street artist più coccolato dalle amministrazioni di sinistra (da Luigi de Magistris a Vincenzo De Luca fino a Gaetano Manfredi). Aggiungeteci un titolo poetico, “Tutt’ egual song’ ’e criature”, preso in prestito da una hit di Enzo Avitabile, e un battage pubblicitario che presenta il tutto come un’opera d’amore dell'Amministrazione comunale per i bambini. Fin qui, la superficie. Poi gratti la vernice fresca ed emerge il volto di Francesca Albanese, l’eroina dei ProPal di mezzo mondo. Ma soprattutto, gratti e scopri che l’intero castello di carte che dovrebbero autorizzare l’opera rischia di crollare con un soffio.

A far saltare il banco ci ha pensato l’ex pm antimafia Catello Maresca, oggi consigliere comunale con il vizio di andare a vedere i dossier. Maresca ha preso carta e penna e ha fatto una domanda disarmante nella sua semplicità: scusate, ma ci sono le licenze per questo mega-murale? Da Palazzo San Giacomo, invece di un "sì" o un "no", è partita la fiera dell’evasione. Una melina collettiva di uffici e assessorati che fa nascere un sospetto gigantesco: in Comune, le carte per il ritrattone della Albanese non sanno dove siano, ammesso che siano mai esistite. Il viaggio nel labirinto comincia con l’Area Consiglio Comunale che impacchetta il fascicolo e lo gira al magistrato, mettendo le mani avanti e spiegando che la risposta è un puzzle di note inviate dai singoli settori coinvolti nella pratica finale. Da lì in poi, è un capolavoro fantozziano: l’Ufficio di Gabinetto del Sindaco fa da postino di lusso e inoltra le carte raccolte in giro, assemblando i contributi della vicesindaco Laura Lieto, dell’assessore Pier Paolo Baretta e del capo del Cerimoniale Salvatore Russo, spacciando il tutto come un riscontro unitario infarcito di dettagli tecnici.

Il bello arriva quando si scende nei dettagli dei singoli uffici. L’Assessorato all’Urbanistica decide di non toccare palla: non entra nel merito dell’opera e si limita a fare un copia-incolla del Servizio Sportello Unico Edilizia, deputato a scovare eventuali procedimenti sul fabbricato. L’ufficio mette a verbale che le pitture sulle facciate esterne incidono sull’estetica e richiederebbero una comunicazione asseverata di inizio lavori secondo il Dpr 380/01. Stop. A questo punto entra in scena l’Assessorato al Bilancio per verificare il lato patrimoniale. Baretta non si sbilancia e passa la palla al Servizio Tutela e Regolarizzazione del Patrimonio, l’ufficio che doveva controllare se il proprietario del palazzo avesse dato il consenso scritto e se l’atto fosse custodito in Comune. Risposta degli uffici? Nulla.

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L’unica informazione che Maresca ottiene è sulla cittadinanza onoraria: il Servizio Cerimoniale fa sapere che la pratica è ancora in corso e la valutazione prosegue. La verità nuda e cruda è che il sindaco Manfredi è in trappola, stretto tra l’ala sinistra della sua maggioranza che pretende la cittadinanza subito e i moderati che ne esigono il ritiro immediato, terrorizzati dalle polemiche feroci scatenate dalle uscite della Albanese su Israele e gli ebrei. In questo groviglio di silenzi e imbarazzi, Maresca picchia duro. «Appare estremamente grave che le istituzioni non esercitino un controllo costante ed efficace sul rispetto delle regole, intervenendo invece in modo discontinuo e a fasi alterne», spiega a Libero. «Qualora venisse accertato che il murale dedicato alla dottoressa Albanese sia stato realizzato in assenza delle necessarie autorizzazioni, sarebbe doveroso procedere alla sua immediata rimozione». La toga ricorda, infatti, che «in circostanze analoghe, gli interventi sono stati tempestivi», mentre «in altri casi» i cittadini rispettosi delle norme «attendono ancora una decisione da parte dell’amministrazione comunale». L’unica certezza è che, da pm, Maresca avrebbe liquidato tutta la storia con una sola frase sul verbale di interrogatorio: il testimone è reticente. 

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