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Sigfrido Ranucci, un grosso guaio con le donne: amanti, informatici, colleghe...

di Gino Zavalanimercoledì 15 luglio 2026
Sigfrido Ranucci, un grosso guaio con le donne: amanti, informatici, colleghe...

4' di lettura

Se il rapporto tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola vi ha indignato, ciò che stiamo per raccontarvi potrebbe aprire interrogativi ancora più profondi. Questa volta non parleremo di indiscrezioni, intercettazioni o fonti anonime. A raccontare tutto è lo stesso Sigfrido Ranucci, nel libro autobiografico La scelta, pubblicato nel 2024. Pagine nelle quali il conduttore di Report descrive rapporti sentimentali nati all’interno del perimetro professionale: prima con una donna arrivata al programma per uno stage, poi con una fonte di un’inchiesta.

Il punto non è il gossip. Non ci interessa giudicare la vita privata di Ranucci. Il punto è capire dove finisca la dimensione personale e dove cominci quella professionale. E soprattutto quali confini debba rispettare un giornalista del servizio pubblico nei rapporti con stagisti, collaboratori e fonti. Andiamo con ordine. Nel quarto capitolo del libro, intitolato Rospi, Ranucci introduce Karoline: «Karoline lavora come producer per la televisione svizzera. Ha la passione per il giornalismo d’inchiesta e ha fatto domanda per partecipare a uno stage a Report». Karoline entra dunque nel racconto attraverso il lavoro. È una professionista della televisione che aspira a formarsi nella redazione di Report. Ma, nelle pagine successive, il rapporto con Ranucci supera il piano professionale e diventa sentimentale e sessuale.

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CENA A LUGANO
Ranucci racconta che, dopo pochi giorni di lavoro insieme, Karoline lo invita a cena nel suo appartamento di Lugano. Quella sera gli affida una parte dolorosissima della propria vita: la diagnosi di sclerosi multipla, l’insonnia che la tormenta da anni e una violenza sessuale subita quando era giovane. Nel libro Karoline racconta di essere stata aggredita da due uomini, di aver poi scoperto di essere rimasta incinta e di avere abortito. È il racconto di una donna segnata da una malattia e da un trauma profondo. Confidenze intime, rese a un uomo che aveva conosciuto nel contesto lavorativo e con il quale, nel frattempo, era nata una relazione.

Ranucci descrive apertamente anche la loro intimità, entrando nei particolari del rapporto sessuale. Ma il punto giornalisticamente rilevante non è ciò che accade nella camera da letto. È il fatto che quella relazione nasca tra un giornalista di punta del programma e una donna arrivata per svolgere uno stage nella sua stessa redazione. Poi il racconto precipita. Ranucci si trova a Milano. Karoline lo raggiunge in albergo e gli chiede l’iPad che gli aveva regalato. Sul dispositivo trova aperta una mail inviata da un’altra donna, Emilia. Capisce che Ranucci le ha nascosto un’altra relazione. «Sei una merda», gli urla, prima di scagliare l’iPad e fuggire dalla stanza in lacrime. Pochi istanti dopo Ranucci sente una frenata. Si affaccia alla finestra e corre in strada. Karoline è riversa sul bordo del marciapiede: mentre attraversava correndo, un Suv non è riuscito a evitarla.

Ranucci scrive: «Karoline ha lo sguardo vitreo. (...) Non ho mai trovato la forza di raccontare le circostanze in cui è morta». La mail che Karoline trova sull’iPad apre un altro capitolo. Quello di Emilia. Anche Emilia entra nella vita di Ranucci attraverso il lavoro. È un’insegnante di scuola media che ritiene di essere stata testimone inconsapevole di una truffa ai danni della scuola. Dopo aver letto l’anticipazione di un’inchiesta di Ranucci sulla Banca Popolare di Milano, gli scrive per offrirgli informazioni e collaborazione. La prima mail è quella di una fonte che si rivolge a un giornalista: «Caro Sigfrido, come procede il lavoro? (...) Se pensi possa esserti di aiuto, potrei venire domani dalle 13 alle 15». Si incontrano per parlare della vicenda. Ma anche in questo caso, secondo il racconto di Ranucci, il rapporto professionale si trasforma quasi subito.

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L’INCONTRO AL MOTEL
Ranucci scrive che, mentre pranzano, le loro mani «si cercano e si trovano sulla tovaglia». E aggiunge: «La seconda volta che ci incontriamo finiamo direttamente in un motel». Emilia, dunque, non è una donna conosciuta casualmente fuori dal lavoro. È una fonte che si rivolge a Report per segnalare una possibile truffa e che, poco dopo, diventa l’amante del giornalista al quale aveva consegnato quelle informazioni. La relazione dura circa un anno e mezzo. Nel frattempo Emilia lascia il marito. Poi anche questa storia termina dopo la scoperta di altri tradimenti: Emilia riesce ad accedere al computer di Ranucci, legge messaggi e corrispondenza e decide di lasciarlo con una mail. Due donne, due rapporti nati all’interno dell’attività giornalistica. Non ci interessa stabilire chi abbia tradito chi, né trasformare questa vicenda in un processo alla vita privata di Sigfrido Ranucci. Il punto è esclusivamente professionale.

DEONTOLOGIA
È compatibile con i principi deontologici del giornalismo e con le responsabilità del servizio pubblico che un giornalista intrecci relazioni sentimentali con una collaboratrice e con una fonte? E quali garanzie di indipendenza, correttezza e trasparenza possono essere offerte quando il confine tra relazione professionale e rapporto intimo viene meno, senza che sia chiaro se siano esistiti conflitti di interesse, se quelle fonti siano state utilizzate nelle inchieste e se la Rai ne fosse a conoscenza?

Non sono domande fondate su indiscrezioni, testimonianze anonime o ricostruzioni ostili. Nascono dal racconto dello stesso Ranucci, che nel suo libro descrive rapporti sentimentali iniziati proprio all’interno della sua attività professionale. Dopo il caso Lavitola, dunque, non siamo più davanti a un episodio isolato. Emerge una questione più ampia: il modo in cui il conduttore di Report ha gestito, nel tempo, i rapporti con fonti, collaboratrici e persone entrate nella sua vita attraverso il lavoro. Rapporti nei quali, stando alle sue stesse parole, i confini professionali appaiono talmente sfumati da diventare quasi irriconoscibili. Ranucci ha costruito la propria autorevolezza chiedendo trasparenza, rigore e risposte agli altri. È legittimo pretendere che gli stessi criteri valgano anche per lui. Ora non servono silenzi o formule evasive. Servono risposte chiare da parte di chi le ha sempre pretese dagli altri.

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