Nel suo interrogatorio di garanzia, mercoledì 12 agosto, il faccendiere Valter Lavitola ha riferito al gip Iole Moricca e ai pm alcune informazioni davvero succose. Per esempio ha spiegato come abbia conosciuto Sigfrido Ranucci. Nel verbale sintetico si legge che a presentargli il conduttore sarebbe stato Guido Ruotolo, ex cronista della Stampa e fratello gemello dell’ex giornalista televisivo e attuale senatore del Pd Sandro, il quale, in questo periodo, si è speso più volte per attaccare la destra colpevole di criticare il conduttore di Report.
«Ranucci mi viene presentato da Ruotolo dopo il 2020» e con lui «si crea subito empatia». Quindi l’indagato aggiunge di essersi reso utile in tempi rapidi: «Riesco a organizzargli un incontro che lui cercava da tempo». Con chi non è specificato. Mentre è certo che quasi a tambur battente il faccendiere diventi fonte della trasmis sione.
Una collaborazione così stretta che porta Lavitola a sognare di diventare il produttore di Report. Quando il conduttore finisce sotto attacco in Rai, gli suggerisce di scegliere la strada di Michele Santoro che iniziò a produrre le sue trasmissioni con una società esterna, vendendo successivamente le puntate alla tv di Stato.
«Sarebbe stato bene se lo avessero cacciato» spiega davanti al gip Lavitola. E aggiunge: «Santoro mi spiegò come faceva lui con la Rai e io proposi a Sigfrido» di seguire la stessa strada. «Io mi sarei occupato della produzione e mi sarei sistemato economicamente anche io. Facevo tutte queste cose per Ranucci, ma anche per interesse personale». Quindi riferisce che il suo «piano di vita» era pure quello di occuparsi di carbon credit in Africa e in Brasile (Lavitola in Sud America porta avanti anche il commercio del pesce con una flotta di pescherecci), ma che, grazie a un servizio di Report, aveva compreso i rischi che correva e come evitare di violare la legge.
Lavitola, davanti al giudice, ricorda un fatto già noto alle cronache che lo avrebbe legato ulteriormente a Ranucci: «Il mio rapporto con lui inizia con una conoscenza, poi gli raccontai del fatto che mio figlio è autistico e lui mi disse allora che la figlia è psicoterapeuta».
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Nell’interrogatorio l’indagato fa sapere di avere raccolto, nell’estate del 2025, informazioni riservate su un possibile attentato a Ranucci: «A fine agosto avevo saputo che c’era un pericolo serio per Ranucci». Quindi spiega ai magistrati: «Ho avuto le informazioni nei primi giorni di settembre... poi ho avuto altre informazioni che confermavano tutto». Per questo, come abbiamo raccontato ieri, il 6 settembre, manda questo messaggio al giornalista: «Domani prima o dopo pranzo riusciamo a vederci 10/15 minuti? Sarò proprio dalle tue parti». Il giorno successivo Lavitola si sarebbe recato nella villetta dell’amico: «Sono andato a casa e gli ho detto dei cosiddetti odiatori», ma «Ranucci non mi ha dato retta per superficialità».
Secondo Lavitola, due 007 di Gerusalemme avevano messo nel mirino il conduttore perché con un servizio sul cantiere navale di Adria avrebbe messo a rischio gli affari di alcuni fornitori israeliani di attrezzature belliche. Nell’interrogatorio l’ex oste del bistrot Cefalù dice di non ricordare i nomi delle due barbe finte, perché troppo complicati, ma riferisce ai magistrati i loro identificativi in codice: M160 e M1120.
Per Lavitola, quella dei due agenti, «era un’operazione lucrativa» e i «soggetti israeliani» avrebbero in Italia «contatti istituzionali». Ma dopo questa operazione sarebbero stati puniti dal loro governo: «Credo che ci siano state ripercussioni contro questi agenti». Il piano, secondo l’indagato, era quello di agganciare «un odiatore» di Ranucci e di trasformarlo in una sorta di kamikaze per eliminare il conduttore.
«Avevano individuato tale odiatore» fa sapere Lavitola. E, così, per evitare che il piano omicidiario fosse portato a termine, aveva deciso di far rafforzare il dispositivo di protezione per l’amico. Per questo chiese al suo factotum, Gomes Clesio Tavares, di mettersi all’opera: «Siccome questo fesso non capisce che lo ammazzano bisogna convincerlo che c'è un reale pericolo» ha raccontato Lavitola e, per questo, avrebbe invitato Tavares a passare davanti a casa di Sigfrido. Il quarantasettenne camerunense, abituato a frequentare soggetti po co raccomandabili dell’area campana, avrebbe suggerito la sua soluzione: «Ha proposto di lasciargli dei proiettili e una testa di capretto sul cancello». Ma Lavitola non avrebbe apprezzato l’idea: «Io gli ho detto che lui era abituato alle minacce di questo tipo, gli ho detto di sparare tre quattro colpi sul muretto e lui mi disse che avrebbe fatto così». Ma poi, a un certo punto, comunica al suo principale che l’operazione non sarebbe stata portata avanti da lui, ma da un suo conoscente, il quale «avrebbe proposto una soluzione diversa come una bomba carta». Lavitola assicura di essersi fidato, poiché Tavares sarebbe un esperto di sicurezza con agganci a livello internazionale.
Il faccendiere ha anche detto di avere avvicinato il capo scorta di Ranucci, tale «Mimmo», per assicurarsi che attuassero la protezione a «ferro di cavallo» nel periodo in cui «l’odiatore» era stato ingaggiato ed era pronto a entrare in azione. L’indagato ha anche spiegato che si recava di rado a casa di Ranucci perché quella era l’abitazione della moglie del giornalista e che era più semplice per lui incontrare l’amico a casa della nuova compagna di lui, Laura.
Per quanto riguarda il presunto sopralluogo del 15 settembre 2025 davanti alla villetta del conduttore, Lavitola ha assicurato di non essersi appostato con Tavares nei pressi dell’abitazione, ma ha ricostruito che, probabilmente, quel giorno lui si trovava in zona per cercare una casa di villeggiatura a Torvajanica.
I difensori di Lavitola, Arturo e Sergio Cola, nei giorni scorsi, hanno cercato conferme alla notizia anticipata dalla Stampa secondo cui Ranucci avrebbe chiesto un rafforzamento della sua scorta prima dell’esplosione dell’ordigno. Un’ipotesi che, se confermata, si sarebbe rivelata un «riscontro formidabile» al racconto di Lavitola sull’incontro del 7 settembre. Ma dalle prime verifiche sembra che sia stata la Prefettura di Roma a suggerire il raddoppio del dispositivo, portandolo da due a quattro uomini, dopo l’esplosione del 16 ottobre, e Ranucci avrebbe semplicemente accettato la proposta. Comunque nel suo interrogatorio Lavitola si è vantato di essere riuscito ad assicurare all’amico una scorta di due auto e ben otto agenti, intendendo, probabilmente, quelli necessari a garantire i turni H24.
Ma i pm capitolini non sembrano credere alla veridicità della confessione di Lavitola e, anzi, avrebbero iniziato a indagare per verificare se tali dichiarazioni non rappresentino un depistaggio. Il loro scetticismo era già parso evidente nel momento in cui la Procura ha dato parere negativo alla richiesta di arresti domiciliari presentata dai difensori. Ma adesso gli inquirenti potrebbero contestare nuovi reati. Da parte sua l’indagato è pronto a farsi risentire, non per ritrattare, ma per arricchire con nuovi particolari le dichiarazioni già rilasciate. Per quanto riguarda, infine, la pista israeliana, è molto interessante quanto ha dichiarato ai magistrati Daniele Autieri, inviato di Report, che ha spiegato di essere stato messo in contatto dallo stesso Ranucci con Lavitola e che questi gli avrebbe dato precise indicazioni.
Ecco che cosa ha detto il giornalista: «Ho conosciuto Lavitola nel marzo 2026. Me lo ha presentato Ranucci come possibile fonte per la mia inchiesta sul cantiere navale, avvisandomi di prendere ovviamente con le pinze quello che mi avrebbe detto. Il 12 marzo è Lavitola a contattarmi per la prima volta, un mese prima della messa in onda del servizio “Il cantiere dei misteri”, andato in onda all’incirca a metà aprile. Ci siamo sempre sentiti telefonicamente e fino al 28 marzo, ad eccezione di una volta, in cui è venuto nei pressi di casa mia e ci siamo visti personalmente perché aveva urgenza di parlarmi».
Quel giorno Lavitola avrebbe riferito ad Autieri la sua teoria: «Era convinto che dietro all’attentato ci fossero i servizi segreti italiani ed israeliani, poiché tra le aziende fornitrici del cantiere ci sarebbero alcune aziende di Stato israeliane, molto potenti. Mi ha poi inviato su Telegram una lista di queste aziende, che sono le seguenti: Iai, Ebit sistems, Rada e Rafael. Le stesse avrebbero potuto avere interessi nella vicenda del cantiere navale».
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"Se fossi una toga interrogherei Paolo Mieli". A fare il nome del celebre editorialista ed ex direttore del Co...Il racconto prosegue ed è ricco di dettagli: «Ho fatto mandare una mail, direttamente dalla redazione di Report, al cantiere, chiedendo di fatto se quelle aziende fossero effettivamente loro fornitrici. Il cantiere mi ha risposto che non lo erano. Successivamente ho fatto una verifica con Francescomaria Tuccillo, già amministratore delegato del cantiere, il quale, invece, mi ha confermato che l’azienda Ebit sistems forniva effettivamente attrezzature radar al cantiere». Ma, nonostante tale conferma, Autieri decide di non seguire più le indicazioni del faccendiere: «Successivamente Lavitola mi ha consigliato di inviare una mail direttamente alle aziende, dicendomi che se l’avessi fatto lui avrebbe poi potuto sapere se queste aziende si fossero “mosse” in qualche modo. A quel punto, rifiuto la proposta e, dal 28 marzo - quando sul mio telefono c'è una chiamata annullata in ingresso da Lavitola -non l’ho più sentito».
Ma la risposta più significativa di Autieri è quella in cui rivela come abbia deciso, in breve tempo, di tagliare i ponti con il faccendiere: «Non ho proseguito con gli approfondimenti richiesti da Lavitola [...
] poiché non mi è piaciuto come modo di procedere, deontologicamente. [...]. Non ho inviato quella mail perché non potevo non considerare da chi mi proveniva la richiesta e di cosa fosse portatore quella fonte».
LA SOLITUDINE DI SIGFRIDO
Un dubbio che, per anni, non ha, però, assalito Ranucci. Il giudizio di Autieri è impietoso: «Lavitola non è per me una fonte così affidabile e non mi sono fidato di lui [...]. Nell’interrompere il rapporto con Lavitola sono stato un po’ drastico, e l’ho riferito anche a Ranucci: “Guarda lui mi ha chiesto questa cosa ma io gli ho detto di no”». I magistrati chiedono al testimone se Lavitola abbia fatto da informatore anche per altri giornalisti di Report e Autieri replica così: «Nel periodo in cui ha collaborato quale fonte all'inchiesta sul cantiere, non so se Lavitola abbia parlato con altri miei colleghi o con Ranucci. È possibile anche che avendo un rapporto di amicizia (con Ranucci, ndr) lo abbia fatto, ma non so nulla con certezza, perché quando lavoriamo alle inchieste siamo sempre piuttosto autonomi».
Infine, Autieri ha regalato ai pm questo piccolo cameo su Ranucci e sulle sue telefonate notturne (per esempio quella fatta subito dopo la perquisizione subita da Lavitola): «Ranucci è una persona che parla molto, che chiama anche per commentare articoli di giornale e altri fatti, anche per riempire dei suoi momenti di solitudine, essendo sempre in giro, da solo, per impegni lavorativi. Ritengo pertanto che per questo motivo lui abbia sentito il bisogno di chiamarmi appena aveva saputo il fatto (la perquisizione, ndr)...». Quindi Ranucci, tra le braccia di Lavitola, potrebbe esserci finito un po’ anche solitudine.




