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Ilaria Salis, l'ultima vergogna: "Hanno ragione!", la frase che scatena il caos

di Daniele Dell'Orcolunedì 19 ottobre 2026
Ilaria Salis, l'ultima vergogna: "Hanno ragione!", la frase che scatena il caos

3' di lettura

Milano devastata, vetrine sfondate, negozi saccheggiati, bombe carta scagliate contro le forze dell’ordine, tavolini dei locali trasformati in barricate e persino un’automobile dei carabinieri presa violentemente d’assalto. A Torino e Bologna altre drammatiche scene di guerriglia urbana. È l’intollerabile bilancio delle manifestazioni di sabato, quando la protesta contro la scusa del carovita ha mostrato il suo vero volto.

Mentre le forze dell’ordine cercavano ancora di riportare la calma, nell’universo contiguo della sinistra antagonista e istituzionale si attivava la consueta e collaudata macchina giustificatoria. Perché dietro gli incappucciati che mettono a ferro e fuoco i centri storici esiste un retroterra di adulti, organizzazioni e professionisti della contestazione che continua a tollerare, se non a coccolare aperto e sfrontato, il mito della rivolta permanente.

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SOCIAL DA VERGOGNA
Basta scorrere i social di Ilaria Salis, che nei giorni scorsi invocava l’importazione delle violenze in Italia dalla Francia, dalla Spagna, dall’Albania. Con una lacrimuccia di commozione, sui suoi social ha scritto apertamente: «GenZ in rivolta ovunque, hanno ragione! », accompagnando la dichiarazione con un cuore infuocato, esattamente come le piazze italiane. Un entusiasmo folle che, accostato alle drammatiche immagini della devastazione milanese, assume contorni inquietanti. Una palese benedizione ideologica di una rivolta mascherata da legittima forma di partecipazione democratica.

Del resto, a rivendicare le violenze sono i suoi sodali nonché elettori dei Carc, i Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo, secondo i quali «quando vige un ordine sociale ingiusto, il disordine è il primo passo per instaurare un ordine sociale giusto». La riproposizione della vecchia dogmatica marxista che trasforma la violenza criminale in presunta necessità storica e vanta un sedicente «sano carattere distruttivo». A pagare il conto di questi deliri, ovviamente, sono commercianti, esercenti e lavoratori del tutto estranei a qualsiasi fanatismo rivoluzionario.

Il cortocircuito istituzionale si estende a figure come Lorenzo Pacini, assessore Pd al Municipio 1 di Milano e aspirante sindaco, che davanti ai negozi saccheggiati trova incredibilmente il modo di accusare la polizia di «repressione ingiustificata», spiegando che tanto i danni «si ripagano». Sulla stessa identica linea si muove la stampa militante: il Manifesto ieri in prima pagina ha persino battezzato l’ondata eversiva con il titolo «La bella stagione», dimostrando come la percezione del caos dipenda unicamente dal proprio cieco fanatismo ideologico.
Di fronte a tutto ciò, le posizioni della nomenclatura non appaiono certo più dure. Anzi: insufficienti ed ambigue. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, pur condannando le violenze, insistono sulla necessità di «ascoltare le piazze», mentre la segretaria Pd Elly Schlein incolpa gli altri di «utilizzare i violenti per oscurare i manifestanti pacifici».

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LA «RIVOLTA SOCIALE»
E poi c’è Maurizio Landini, quello che incitava alla «rivolta sociale» già del 2024 e che ogni autunno, ogni anno, riempie l’agenda di scioperi, cortei e iniziative che strizzano l’occhio alla sovversione, ha rivendicato il giorno prima del caos le ragioni sociali della protesta, ignorando volutamente il confine sottile tra istanza sociale e sfruttamento politico della rabbia giovanile. Il punto politico è chiaro: la democrazia non può subire ricatti da chi cattedraticamente spaccia il disordine per virtù rivoluzionaria. Educare le nuove generazioni a considerare la distruzione come una forma di giustizia significa minare le fondamenta dello Stato di diritto. Qualcuno, a sinistra, dovrebbe avere finalmente il coraggio di ammettere che le piazze e le istituzioni si difendono isolando i teppisti, non giustificando le loro devastazioni.

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