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Sigfrido Ranucci, sparate dal pm: "La bomba? Pista nera o 41-bis"

di Giacomo Amadorivenerdì 4 settembre 2026
Sigfrido Ranucci, sparate dal pm: "La bomba? Pista nera o 41-bis"

6' di lettura

«Tre passi nel delirio», un film a episodi del 1968, potrebbe essere il titolo perfetto per il verbale riassuntivo delle sommarie informazioni testimoniali rese il 2 luglio 2026 da Sigfrido Ranucci, due giorni dopo gli arresti dei presunti esecutori materiali dell’attentato ai suoi danni. Non può non pensarlo chi lo rilegge con il senno del poi, sapendo che il mandante di quell’ordigno era l’«amico fraterno» del giornalista, Valter Lavitola.

Nelle due paginette che sintetizzano 48 minuti di botta e risposta, l’inizio è tranquillo: «Non conosco i soggetti arrestati. La lettura dell’ordinanza mi ha colpito per due aspetti. Non riesco ad attribuire un significato alle precise parole riferite dagli arrestati nel corso dell’attività intercettiva. Ho capito comunque che c’era una organizzazione disposta addirittura a pagargli i viaggi e questo certamente mi fa pensare» ragiona Ranucci. Peccato che la mente di tutto fosse il suo amico del cuore. Il testimone prosegue e fa riferimento al fantomatico «Corrado» citato nelle captazioni (probabilmente solo per un errore materiale nelle trascrizioni): «Ho trovato un collegamento nella zona di Rovigo, dove si svolge la vicenda del cantiere (la famosa inchiesta citata più volte da Ranucci come possibile fattore scatenante dell’attentato, ndr), che è tale Corrado Moccia, ma tuttavia non trovo un preciso nesso».

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ORDIGNO PER AIUTARE I BOSS
È a questo punto che Ranucci perde i freni inibitori e arriva a collegare la bomba alla spinosa questione che nel 1992 aveva portato la mafia a realizzare le stragi che portarono alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: «Io ho avuto la sensazione che questo messaggio, ovvero la bomba, non fosse veramente a me diretta, ma piuttosto diretta ad altri per ottenere, che ne so, altri benefici di altra natura; quindi potrei ipotizzare trattative per l’alleggerimento del 41 bis». Una battaglia che oltre trent’anni fa la Piovra combatté a colpi di tritolo.

Di fronte a queste dichiarazioni non può non tornare in mente il post pubblicato nei giorni scorsi dallo stesso Ranucci, intitolato «La voce che spaventa», in cui si paragonava ai giganti della lotta alle cosche con queste parole: «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza».

Poi, per fortuna, il giornalista, in Procura, ha un momento di resipiscenza e aggiunge: «Ma non ricordo o non trovo un preciso riferimento o collegamento che possa supportare questa mia ipotesi». I magistrati, che già sanno del coinvolgimento di Lavitola e sembrano giocare un po’ al gatto con il topo, domandano a Ranucci se vi siano altri servizi di Report che possano essere messi «in correlazione sia con la provenienza degli arrestati che con la camorra o altri ambienti delinquenziali». E il testimone tira fuori uno dei suoi chiodi fissi: «La “pista nera” (quella che collega l’estrema destra alle stragi di mafia, ndr), innanzitutto, dove siamo stati osteggiati in modo impressionante e con richiami e altro». Poi fa un riferimento all’inchiesta «su Gioacchino Amico», un membro pentito del clan Senese che, nel 2019, si scattò un selfie con Giorgia Meloni, servizio «che è stato il più sgradevole, non pagando (la Rai, ndr) il mio collaboratore». Anche in questo caso, però, Ranucci ha un ripensamento: «Non riesco a ipotizzare un interesse interno alla Rai. L’unico è la “pista nera”». Il giornalista butta lì anche «i servizi sugli albanesi», anche se ammette di non trovare «un nesso con gli arrestati».

Di fronte agli inquirenti l’ex conduttore di Report estrae un altro suo evergreen: infatti, sposta l’attenzione su Marco Mancini, l’ex dirigente dei servizi segreti pizzicato da una fonte di Report, il 23 dicembre 2020, a confabulare in modo un po’ carbonaro con Matteo Renzi in autogrill.

Un servizio che ha portato a una guerra senza esclusione di colpi tra i due «spiati» e Report. «Riflettendo, ricordo che un collega di mio fratello che è del Napoletano, parlando con un suo collega avrebbe saputo che Mancini me l'avrebbe fatta pagare. Il collega di mio fratello si chiama G.P., della Gdf. Con Mancini i fatti da me trattati sono risalenti al 2021 e sino al 2024 se non ricordo male» fa mettere a verbale Ranucci. Parole che, siamo certi, scateneranno nuove polemiche.

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L’AFFAIRE ZIMBABWE
Proseguono, intanto, quelle legate all’intervista rilasciata in Zimbabwe da Ranucci, mentre l’amico Lavitola stava portando avanti un importante affare nel settore dei carbon credit insieme con un socio africano, Benjamin Chimutengo, e alcuni investitori italiani (Fabio Mazzoni e Gianluca De Marchi, proprietari di Urban vision e di Neutralia). Nell’articolo, pubblicato il 5 luglio sul domenicale economico The Standard, il giornalista aveva annunciato un’inchiesta di Report su un «impostore» che aveva avvicinato degli imprenditori italiani, vantando legami con il presidente Emmerson Mnangagwa.

Secondo Chimutengo, oggi in causa con Lavitola e gli altri ex soci, quell’intervista doveva essere un avvertimento proprio per lui.
Ieri mattina l’imprenditore ha annunciato a Libero: «Ho incaricato il mio avvocato di avviare una causa contro la Rai (Report) e Ranucci nei tribunali italiani. Siamo impegnati a cercare un legale in Italia che si occupi del nostro caso. Trascineremo anche gli azionisti di Urban vision (soci di Lavitola nell’affare dei carbon credit, ndr) nei vostri tribunali per danni».

Chimutengo, ieri, ha incontrato, per ottenere un’intervista riparatrice, il giornalista di The Standard Kenneth Nyangani: «Ho scoperto cose di grande importanza. Kenneth conferma meeting video e vocali con Ranucci, che è stato presentato a Kenneth da Tariro Martha Shoko, l’avvocato di Valter in Zimbabwe. Lo stesso legale che è stato pagato da Mazzoni in diverse occasioni, dal suo conto personale».

Nyangani ha confermato questa versione al Tg1 e al sito Mowmag. A cui ha dichiarato: «Non conoscevo il signor Ranucci, ho fatto questa intervista tramite l’avvocato Shoko. Ho parlato con lui, abbiamo fatto qualche chiacchierata, videochiamate, cose così. Poi gli ho mandato le domande». Il cronista ha confermato che l’obiettivo di Ranucci era Chimutengo: «Mi hanno dato alcuni documenti».

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IL RUOLO DELL’AMBASCIATA
L’ex conduttore, con Report, si era occupato del business dei carbon credit e l’1 novembre 2025 aveva presenziato a una cena di lavoro che aveva visto la partecipazione di Mazzoni, De Marchi, Lavitola e del figlio di quest’ultimo, Giuseppe.

Ranucci ha spiegato di aver partecipato per «aiutare» Giuseppe Lavitola e spiegare come si potessero «fare le cose in modo regolare, evitando le truffe, affidandosi a società di revisione serie e anche al monitoraggio di giornalisti indipendenti che conoscono il settore». Ma, in realtà, Lavitola avrebbe usato l’amico come biglietto da visita, garanzia e persino manganello.

Il 29 giugno scorso Ranucci manda all’amico le sue risposte in anteprima e chiede anche «i dati del corruttore millantatore», che dovevano servire per un’ipotetica inchiesta, di cui non abbiamo traccia. In realtà il conduttore stava realizzando, si spera inconsapevolmente, le minacce anticipate dal faccendiere al suo avvocato africano, la già citata Shoko. Nei mesi scorsi Lavitola avrebbe anticipato al «numero 2 dell’ambasciata dello Zimbabwe» a Roma la decisione di abbandonare «l’attività dei carbon credit» nel Paese africano. Ma non solo: «Io ho detto a Musara, che mi sollecitava la chiusura di questa vicenda (lo scontro giudiziario con Chimutengo, ndr) per non creare uno scandalo, che se lui (lo stesso Chimutengo, ndr) restituisce gli asset e si prende la società a me non interessa più questa società».

Quindi aveva aggiunto: «Ho detto a Musara che sono disposto, nell’interesse della reputazione del Paese, a non sollevare questo scandalo, raccontandolo alle televisioni europee e inglesi. In effetti, creerei un danno alla reputazione del Paese del quale mi sono innamorato». In realtà, alla fine, lo scandalo ha provato a sollevarlo. Con quell’intervista di Ranucci, di cui sarebbe diventato il ventriloquo.

Infatti, in Zimbabwe, il giornalista ha citato fonti diplomatiche, quasi sicuramente le stesse di Lavitola: «Un alto funzionario dell’ambasciata è stato molto disponibile, fornendo informazioni ed esprimendo anche l’opinione che l’individuo che sostiene di agire per conto del presidente sia in realtà un impostore» ha dichiarato l’ex conduttore a The Standard il 5 luglio. Adesso su questo delicato capitolo africano ha deciso di indagare anche la Procura di Roma.