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Virginia Libero, la giovane dem che spacca il Pd: esplode il caso dei disertori

di Francesco Storacemercoledì 16 settembre 2026
Virginia Libero, la giovane dem che spacca il Pd: esplode il caso dei disertori

3' di lettura

Ormai la guerra è interna al Pd, e più vastamente nel centrosinistra con l’assalto di Giuseppe Conte alla posizione della Schlein sull’Ucraina. A dar fuoco alle polveri al Nazareno anche la posizione più radicale assunta dalla segretaria dell’organizzazione giovanile Virginia Libero, alla Festa dell’Unità poi conclusa dalla leader del partito. La frase che ha fatto sbottare i innanzitutto i riformisti interni è stata questa: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Per noi parlare di patria vuol dire ripudiare la guerra. Noi organizzeremo i disertori”. Applausi fragorosi in platea, poi persino l’abbraccio con Elly, infine l’esplosione sui social e tra le correnti dem. E ovviamente baci da Laura Boldrini...

L’eurodeputato Giorgio Gori, già sindaco di Bergamo, è stato quello che si è esposto più di tutti, mettendo persino in mezzi partigiani e resistenza: «Organizzare i disertori non è quello che fecero i partigiani, né i soldati americani che morirono per liberare l’Italia, e non è quello che chiede l’articolo 52 della Costituzione (“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”)».

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Mica male come dialettica democratica... Insomma nel Pd sì è arrivati ad uno scontro senza precedenti: una parte del partito legge la frase della Libero come pacifismo integrale (e per alcuni incostituzionale) in un momento in cui si discute ancora di armi all’Ucraina e di possibile escalation; l’altra la legge come rifiuto di «guerre delle destre» e come richiamo all’articolo 11 (l’Italia ripudia la guerra). Da qui il ping-pong infinito tra Resistenza, Costituzione e attualità. Siamo al classico scontro interno dem su patria, guerra e memoria. Come faranno a governare con lo stesso Conte che da mesi sembra usare l’Ucraina come leva («Se vinco io le primarie non è detto che continuiamo così») e tiene i 5 Stelle su una posizione più netta contro le armi è un autentico mistero.

E proprio a Conte arriva la netta replica dello stesso scatenatissimo Gori. Il Pd «non piegherà la propria posizione sul sostegno all’Ucraina, punto», «abbandonare» il popolo ucraino «è impensabile» e «l’insistenza con cui Conte» afferma di non voler mandare armi a Kiev, «al netto del cinismo e del tatticismo che lo contraddistinguono fa pensare che non creda all’alleanza di centrosinistra, che la voglia far saltare. Noi ci crediamo ma senza alcun compromesso su questo punto dirimente». Gori lo dice in una intervista a Il Dubbio, e aggiunge: «Io non credo che la coalizione debba stilare un programma dettagliato prima delle primarie, non è mai stato così - aggiunge -. Le primarie non sono un concorso di bellezza o di telegenia: servono proprio a confrontare idee, impostazioni culturali... è giusto che i diversi candidati se ne facciano interpreti. Il programma vero e proprio verrà dopo. Ma una carta dei valori a monte è necessaria e c’è sempre stata».

Il risultato è che “unità” suona come slogan da congresso, non come programma. Per governare servirebbe una sintesi minima su tre cose che oggi sono in conflitto. Come la contrapposizione tra articolo 11 e articolo 52 della Costituziobe tra ripudio della guerra e dovere di difesa). Poi sugli aiuti militari: vanno stanziati? E in quale misura? Nel Campo largo è davvero buio fitto sul tema. E ancora il terzo problema, che è di natura identitaria: che cosa significa “patria” per una generazione che non ha fatto il militare e vede la guerra soprattutto come “trappola delle destre”. Finché queste queste questioni restano irrisolte, Conte può menare quanto vuole: ha materiale fresco ogni volta che un giovane dem sale sul palco. E i riformisti dem hanno buon gioco a dire che così non si va al governo, si va solo a litigarsi la memoria del 25 aprile.

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