Forte della “fiducia” confermatagli da Giorgia Meloni («sta dando il massimo»), Matteo Piantedosi annuncia una novità nel contrasto all’immigrazione clandestina: le procedure per decidere chi ha diritto all’asilo in Italia diventeranno molto più rapide. Questo vuol dire anche espulsioni spedite per chi non vedrà accolta la propria domanda di protezione internazionale. Oggi quelle pratiche possono richiedere anni: con il decreto «Frontiera diffusa», firmato a fine luglio, i tempi si ridurranno a pochi mesi. Intanto guadagna consensi l’ipotesi di creare hub per i rimpatri in Africa, in Paesi come Ruanda, Ghana e Uganda, indicati dall’Italia al vertice dei ministri dell’Interno del 4 agosto.
Piantedosi lo ha spiegato ieri in un’intervista ad Alessandro Sallusti per la trasmissione “10 minuti”, su Rete 4. Il decreto individua 25 nuovi luoghi di frontiera sul territorio nazionale (da Milano a Venezia, da Bologna a Fiumicino, da Genova a Bari), dove potranno essere svolte le cosiddette «procedure accelerate di frontiera». In pratica, chi sbarca in Sicilia o in Calabria e proviene da un Paese considerato sicuro dall’Ue, come il Marocco, il Bangladesh, l’Egitto o la Tunisia, potrà sostenere il colloquio con le autorità italiane a centinaia di chilometri dal luogo di sbarco. «È semplicemente un provvedimento ministeriale adottato in ottemperanza alle nuove regole imposte dall’Europa», ha spiegato il ministro, ma consentirà di fare «in dodici settimane quello che adesso avviene in tre-quattro anni».
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Quanto ai centri per i rimpatri fuori dal territorio Ue, il ministro ricorda che «siamo stati i primi a proporre questo tipo di soluzione». Il riferimento è all’Albania, dove le strutture di Shengjin e Gjadër «stanno funzionando come centri per i rimpatri» e ora potranno svolgere anche le procedure accelerate previste dal nuovo Patto Ue. Il prossimo obiettivo è costruirli in Africa, un continente che secondo il ministro «offre ampi margini» di sicurezza.
Al vertice del 4 agosto con i suoi colleghi europei, convocato su impulso di Italia e Danimarca dopo la crisi di Ceuta, Piantedosi aveva portato una lista preliminare di Paesi candidati a ospitare quei centri, tra cui Ruanda, Ghana e Uganda. Il Ruanda ha confermato «discussioni preliminari» con l’Italia e altri Stati. «Le iniziative che ha adottato il governo Meloni hanno fatto breccia in Europa», rivendica il ministro. «Questa è la strada del futuro, si stanno adeguando anche altri Paesi».
Nel confronto con la Spagna per ora non cambia nulla: i controlli alle frontiere marittime e aeree introdotti dopo l’assalto marocchino a Ceuta rimangono almeno fino a Ferragosto e non saranno le accuse del governo socialista di Madrid a far cambiare idea a quello di Roma. «Stiamo alla finestra», dice Piantedosi. «Ci auguriamo che la Spagna, in collaborazione con il Marocco, sappia scongiurare un altro episodio come quello che abbiamo visto alla fine di luglio». Conferma che la sospensione dell’accordo di Schengen con il Paese iberico «è di un mese», con scadenza formale a fine agosto, ma molto dipenderà da quel che accadrà nei prossimi giorni: «Ci siamo riservati di osservare l’evoluzione della situazione a partire dal 15 agosto».
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Le ragioni della cautela, infatti, rimangono tutte: «L’accesso di quasi 80mila persone, il permanere sul territorio di Ceuta di un numero variabile tra le 6 e le 10mila persone, il pericolo che tra loro ci possano essere alcuni infiltrati». Un rischio, quello delle infiltrazioni terroristiche, che «va sempre presidiato con la massima cautela» e che gli stessi 007 spagnoli hanno denunciato. Il ministro ne parlerà oggi davanti al Comitato parlamentare Schengen, che lo ha convocato in audizione proprio sul ripristino dei controlli alle frontiere con la Spagna.
Più tranquilla è la situazione con Berlino.
La minaccia di rimandare in Italia i “dublinanti”, i migranti sbarcati in Italia e poi trasferitisi in Germania, alla quale il Viminale aveva risposto chiedendo la “compensazione” con i migranti portati in Italia dalle ong tedesche, per ora non ha avuto seguito. Un portavoce del governo del cancelliere Friedrich Merz ieri ha fatto sapere che «le espulsioni verso l’Italia si faranno» e che Berlino si dice «sorpresa dalle divergenze» con Roma sull’applicazione delle nuove regole. La posizione tedesca, però, non è ancora ufficiale. Piantedosi assicura che «con la Germania non c’è nessun braccio di ferro» e rivendica un «rapporto di eccellente collaborazione» e persino di «amicizia personale» con il suo omologo tedesco, Alexander Dobrindt. Pure sulle ong la discussione è «serena e proficua»: «Comporremo questa questione con l’equilibrio che ha sempre caratterizzato i nostri rapporti».




