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Campo largo, pronto "l'affonda-Italia": come vogliono farci fallire

di Sandro Iacomettimercoledì 4 novembre 2026
Campo largo, pronto "l'affonda-Italia": come vogliono farci fallire

4' di lettura

Con l’abolizione del reddito di cittadinanza sono diminuiti i fannulloni. Non è una sintesi giornalistica faziosa di Libero, ma lo scenario che emerge dai dati snocciolati ieri dall’Istat, che proprio nei giorni in cui il campo largo rilancia la paghetta grillina, l’unico punto su cui sembrano tutti d’accordo, in una versione 2.0 che di nuovo ha soltanto l’importo che peserà sulle tasche dei contribuenti, schizzato a ben 10 miliardi l’anno, certifica il fallimento del sussidio pentastellato con cui M5S nel 2018 ci voleva far credere di aver abolito la povertà. La realtà, anche in questo caso, è nelle statistiche dell’Istat. Ed è ovviamente diversa da quella raccontata dai grillini.

Nell’anno in cui Luigi Di Maio esultava dal balcone di Palazzo Chigi per l’approvazione del reddito di cittadinanza i poveri in Italia erano 5 milioni, l’8,4% della popolazione. Ebbene, nel 2023 l’asticella, complice ovviamente anche il Covid, è salita a 5,7 milioni di persone, il 9,7% della popolazione. La notizia, udite udite, è che da quando l’obolo pentastellato è stato abolito (dopo aver svuotato le tasche dei contribuenti di circa 34,5 miliardi), ad opera del governo Meloni, i poveri sono diminuiti. Nel 2025, secondo il recente rapporto dell’Istituto di statistica, in condizione di indigenza assoluta ci sono 5,4 milioni di persone (non i 13 milioni che ha recentemente sparato Giuseppe Conte, impapocchiando i dati con la povertà relativa), con un calo percentuale rispetto al 2024 dal 9,8 al 9,3% (per quanto riguarda le famiglie la percentuale è passata dall’8,4 all’8%). Rispetto al 2022, anno in cui si è insediato l’esecutivo di centrodestra, ci sono 82mila famiglie in povertà assoluta in meno e 238mila persone in povertà assoluta in meno. Ed è sceso, pensa un po’, anche il rischio di povertà od esclusione sociale, calato al 22,6%, quasi 2 punti in meno rispetto al 2022, toccando il minimo storico della storia Repubblicana.

Ma, direte voi, il reddito di cittadinanza mica era il vecchio Reddito di inclusione, misura ideata dal governo Gentiloni destinata esclusivamente a sostenere i ceti sociali più in difficoltà. La paghetta grillina era ben altro. Uno strumento dedicato a rilanciare l’occupazione, a stimolare la formazione, a favorire l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro. Ecco, anche su questo terreno il reddito di cittadinanza ha clamorosamente fallito. Avete presente i famosi divanisti? Quelli che nella becera propaganda del centrodestra sono i nullafacenti che aspettano l’aiuto dello Stato senza aver voglia di far nulla? In gergo tecnico si chiamano Neet (Not in Education, Employment or Training), i giovani che non hanno un lavoro e manco lo cercano, croce da sempre dell’Italia.

State bene attenti ai dati dell’Istat, rispetto al 2024, primo anno in cui il Reddito di cittadinanza ha ufficialmente cessato di esistere, nel 2025 la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non sono inseriti in percorsi di istruzione o formazione (Neet) è scesa al 13,3%, in diminuzione di 1,9 punti rispetto all’anno precedente. Il divario con la media europea, che purtroppo permane ed esiste da decenni, si riduce a 2,3 punti, rispetto ai 4,1 del 2024. Ma non è finita, perché il calo più marcato è quello si registra nel Mezzogiorno, notoriamente odiato e abbandonato dal centrodestra, con una riduzione di 3,1 punti. Piaccia o no, una volta cessate le generose elargizioni di sussidi al Mezzogiorno (in Campania e Sicilia abitava il 41% dei beneficiari totali) il caso ha voluto che i giovani del Sud abbiano deciso di rimboccarsi le maniche e darsi da fare.

E sempre il caso ha voluto che senza gli ormai leggendari navigator, precari che avrebbero dovuto procurare posti fissi agli altri, ideati dall’ex presidente dell’Inps ed ora europarlamentare Pasquale Tridico e gestiti da Domenico (Mimmo) Parisi, professore di Demografia e Statistica applicata originario della Puglia ma più a suo agio nella Mississippi State University, chi si è messo in cerca di un lavoro lo ha pure trovato. Sotto il governo Meloni, infatti, si sono registrati 1,2 milioni di occupati in più e 800 inattivi in meno, raggiungendo livelli record mai visti in Italia (a settembre 2026 24,3 milioni di lavoratori con un tasso di occupazione salito al 63% e di disoccupazione sceso al 6,3%).

Il bello è che la scuola, quella che il governo starebbe ammazzando a colpi di tagli e indifferenza, è stata la leva principale per ottenere un’occupazione. Nel 2025 il tasso di occupazione dei 25-64enni, spiega l’Istat, raggiunge l’85,3% tra i laureati, contro il 74,6% dei diplomati e il 56,1% di chi possiede al massimo un titolo secondario inferiore. Anche il tasso di disoccupazione conferma il vantaggio dei titoli più elevati: 3,0% tra i laureati, 5,0% tra i diplomati e 8,7% tra chi ha un livello di istruzione più basso. Tra i 20-34enni non più inseriti in percorsi di istruzione o formazione, che hanno conseguito il diploma da uno a tre anni, il tasso di occupazione sale al 62,9%, con un incremento di 2,3 punti rispetto al 2024.

Per i neolaureati raggiunge invece il 78,7%, in crescita di 1,4 punti. Ultima notizia: cala pure l’abbandono scolastico. Nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente gli studi scende all’8,2%, con una riduzione di 1,6 punti rispetto al 2024. Il dato è inferiore alla media Ue27 (9,1%) e permette all’Italia di superare l’obiettivo europeo per il 2030, fissato sotto il 9%.

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