Mattina presto, piazzale Clodio, Roma: una donna minuta e bionda fa il suo ingresso da un’entrata secondaria in Tribunale e deposita personalmente presso l’ufficio ricezione atti una querela. La seconda, dopo quella per maltrattamenti famigliari. Questa volta la denuncia è per minacce gravi ai suoi danni e dei suoi due figli minorenni e per il reato di induzione a non rendere dichiarazioni all’autorità giudiziaria, un’ipotesi che non coinvolge solo Lavitola, ma «chiunque altro abbia agito in concorso» con lui.
È quanto successo ieri nella Capitale, lontano dagli occhi indiscreti dei cronisti che a quell’ora non sono ancora arrivati in zona. Per fortuna c’eravamo noi e abbiamo potuto sbirciare l’atto prima del suo deposito, durante un rapido caffè. La denunciante è Natalia Potenza, ex convivente del faccendiere più celebre del momento, quel Valter Lavitola che ha ammesso di avere ideato l’attentato contro l’«amico fraterno» Sigfrido Ranucci. La donna si è rivolta ai magistrati perché si sente minacciata e sotto pressione, pressata dagli avvocati e dai famigliari dell’ex compagno in un momento della sua vita in cui ha deciso di voltare pagina.
Dopo avere appreso dell’ennesimo tradimento, a metà agosto aveva fatto il grande passo, chiudendo le comunicazioni con il faccendiere in carcere e annunciando ai suoi avvocati che avrebbe cambiato legale. Una mossa propedeutica alla svolta. Infatti, con il nuovo difensore, Giuseppe Cavallaro, ha cominciato una certosina ricostruzione degli aspetti più oscuri della precedente vita con il suo ex. Un lavoro di scavo che ha portato all’audizione fiume di 10 ore resa il 12 settembre scorso, davanti al pm Edoardo De Santis.
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Ma l’avvicinamento a quella data non era stato per nulla banale, come ha messo nero su bianco la donna nella sua querela. In quindici anni di vita insieme e di gestione condivisa del ristorante Cefalù, la Potenza assicura di essere «venuta a conoscenza di fatti, rapporti e circostanze direttamente rilevanti per le indagini in corso». Ma, proprio per questo suo prezioso bagaglio di conoscenze e «in ragione della collaborazione prestata all’autorità giudiziaria», l’imprenditrice avrebbe «subito una serie di condotte di pressione, intimidazione e condizionamento», a suo giudizio, «insidiose e meritevoli di un approfondimento giudiziario».
In alcuni casi le sollecitazioni non sarebbero arrivate direttamente da Valter, ma sarebbero state veicolate attraverso i suoi difensori. Nell’atto la Potenza cita la sequenza di lettere che Lavitola le ha inviato dal carcere. La prima arriva il 16 agosto e, pur contenendo già «imposizioni, istruzioni e richieste», in essa Lavitola tenta di rassicurare la compagna dicendole che «sarebbe andato tutto bene».
Nella stessa missiva, tuttavia, chiede già di versare settimanalmente al figlio di primo letto, Giuseppe, la somma di euro 100 a settimana. Ma invita l’allora convivente a non preoccuparsi delle spese legali, perché avrebbe provveduto personalmente.
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Il galà di beneficenza The Pearl of Africa, organizzato, il 23 gennaio 2026, dal Rotary club Rome international i...Il 18 agosto 2026, contraddicendosi, ordina, invece, di consegnare 1.500 euro al suo difensore, come secondo acconto della parcella. Nella lettera del 24 agosto 2026 avrebbe mostrato di essere informato del cambio di difensore e di conoscere il nome del nuovo legale. «Una circostanza piuttosto singolare dato che la nomina dell’avvocato era rimasta notizia assolutamente riservata, ma che, oggi, leggo come una dimostrazione da parte del signor Lavitola del fatto che lui, nonostante la carcerazione, riusciva ad avere notizie sul mio conto», denuncia la Potenza. E soggiunge: «Nella medesima lettera diceva inoltre che, per la mia sicurezza e per quella dei bambini, sarebbe stato necessario andare via da Roma e, addirittura, dall’Italia, indicandomi il Brasile o l’Argentina come possibili destinazioni».
A colpire la querelante è l’utilizzo di espressioni come «sicurezza» ed «espatrio». Ad angosciare ulteriormente la quarantasettenne argentina sarebbe stato il tentativo dell’ex compagno di scaricare su di lei la «responsabilità dell’eventuale permanenza in carcere», nel caso non avesse accettato di far scontare all’uomo la detenzione nel loro appartamento di Monteverde Vecchio: «Se ti senti disturbata dalla mia presenza, puoi sempre scrivere la revoca degli arresti domiciliari e mi riportano in cella», propone il detenuto, senza trovare un accordo. Il 26 agosto Lavitola prova ad aggirare l’ostacolo e scrive a uno dei dipendenti del ristorante, Carmine Palestini, definendo la Potenza «non lucida e consigliata male», una che «rischia di fare disastri».
Il 30 agosto cambia registro e sceglie un «tono vittimistico»: «Mi hanno detto di non scriverti e parlare solo con il tuo avvocato, ma io non riesco». La ricostruzione prosegue: «Nella stessa lettera mi rappresentava che gli sarebbero serviti solamente cinque/sei mesi di intensa attività per sistemare tutto e mettere in sicurezza me, i bambini e Mile», la figlia avuta a Panama da una precedente relazione. Alla ragazza Lavitola dedica questo pensiero: «Avvisa Mile per piacere, credo che per agosto ho già inviato tutto». Secondo la scrivente, il faccendiere, anche con questa missiva, cercherebbe di esercitare il suo controllo da Rebibbia: «Ancora una volta, il contenuto della comunicazione alternava rassicurazioni, richieste e pressione emotiva.
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Sigfrido Ranucci smentisce e parla di foto-fake, Maria Rosaria Boccia promette querele. E Libero risponde così: c...Mi faceva sentire in colpa per il fatto che gli altri detenuti ricevevano cibo da casa mentre io non gli avevo fatto arrivare nulla, aggiungendo di avere persino chiesto un prestito all’interno del carcere. Nelle righe conclusive mi chiedeva di “fare uno sforzo e rientrare in me”, alludendo sempre al fatto che le scelte prese fino a quel momento non fossero arbitrarie, bensì condizionate da altre persone».
L’ultima lettera contiene un’ulteriore intimazione legata al denaro: «I pochi soldi che ho lasciato per Mile sono miei, non toccarli, mi sono indispensabili!
Non aiutarmi, ma non togliermi l’essenziale te ne prego».
SOLDI E ROLEX
Un passaggio che ha costretto la Potenza a una doverosa precisazione: «È bene specificare che tale richiesta, nonostante sia specifica e tenda a far sottintendere che io sappia della presenza di denaro in casa, ancora ad oggi, non solo non sono a conoscenza della presenza di denaro nella mia abitazione, ma non sono neanche a conoscenza della relativa somma».
C’è poi il capitolo che riguarda il già citato Giuseppe Lavitola, il quale, da quando il padre è in carcere, avrebbe iniziato a far sentire la sua presenza nel locale di famiglia: «Ha iniziato a frequentare per la prima volta il ristorante “Cefalù” con un’assiduità che non aveva nulla di casuale. Si presentava, chiedeva conferma che il padre potesse venire ai domiciliari, reclamava la restituzione di un Rolex, consumava e non pagava. Ogni visita era un promemoria. Un modo per ricordarmi che la famiglia Lavitola era ancora lì, presente, in attesa».
Ma anche l’avvocato di Lavitola, Sergio Cola, è accusato di avere preso parte all’assedio: «Aveva inizialmente contattato il mio legale chiedendogli una telefonata riservata, proposta che Cavallaro, con grande cautela, declinava, invitandolo a mettere tutto per iscritto». Sarebbe nata così «una catena di messaggi che documenta con precisione il meccanismo di pressione messo in atto», anche se «il pretesto formale era la restituzione di effetti personali di Lavitola, vestiario e, soprattutto, preziosi e danaro».
Di fronte alla risposta della Potenza, che ha dichiarato di ignorare l’esistenza di quel tesoretto, l’avvocato avrebbe risposto di poter dimostrare «l’esistenza di preziosi [...] di pertinenza» del suo cliente e che, qualora non fossero stati restituiti, «avrebbe agito nelle competenti sedi giudiziarie».
Alla vigilia della convocazione in Procura della Potenza, c’è il redde rationem tra avvocati, i quali si sono accusati reciprocamente di violazioni assortite del codice.
La querela contesta al difensore di Lavitola l’invio, l’11 settembre 2026, di una diffida, nella quale contestava alla controparte la consegna ai giornalisti di comunicazioni private tra avvocato e cliente. Una lettera che l’avvocato Cavallaro avrebbe «percepito come un tentativo inaccettabile di interferire nell’esercizio della sua funzione», il giorno prima della testimonianza fiume della sua assistita («Non una settimana prima, non un mese prima»). Conclude la donna: «Quello che ho vissuto nelle settimane precedenti a quella audizione non è stato una serie di episodi sfortunati. È stata una pressione sistematica, costruita con pazienza e con metodo, che si è servita di tutto: dell’amore per i miei figli, del senso di colpa, della paura, del denaro, della presenza fisica del figlio, e infine degli strumenti del diritto. Una pressione che aveva un solo obiettivo: impedirmi di raccontare quello che sapevo».




