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Avviso ai genitori: basta insulti ai prof Sono oltraggio a pubblico ufficiale

di Ignazio Stagnosabato 5 aprile 2014
Avviso ai genitori: basta insulti ai prof Sono oltraggio a pubblico ufficiale

3' di lettura

Nelle nostre scuole con il tramonto dell’autorità degli insegnanti, e nessuna autorevolezza a prenderne il posto, si è diffuso un malcostume preoccupante: l’insulto al professore. Ma non da parte degli scolari, le cui irritazioni, trattenute tra i denti o borbottate o scagliate a piena voce ricevono inevitabilmente il castigo di una sanzione disciplinare o della bocciatura. No, qui trattiamo del ben più insidioso insulto, che spesso pretende di restare impunito, pronunciato da un genitore a tutela del figlio vittima di reali o presunte ingiustizie. Già in passato la giustizia si era occupata di questi casi, ad esempio nel 2010, quando la Cassazione confermò una sentenza di condanna per ingiurie a carico di Rosaria S., una mamma che aveva scritto una lettera denigratoria a una professoressa dell’istituto “Vitruvio” di Formia, apostrofandola come «indegna di aver avuto un alunno» come suo figlio, il quale naturalmente era stato appena bocciato. Ma se una condanna per ingiuria, emessa da un giudice di pace, è tutto sommato poca cosa, di ben altra portata è una condanna, in tribunale, per oltraggio a pubblico ufficiale. Il professore è un pubblico ufficiale? Sotto certe condizioni sì, ha stabilito ieri la quinta sezione penale della Cassazione. Il fatto riguarda gli insulti che una madre aveva rivolto alla docente di scuola media della figlia, a Rosignano Solvay (Livorno). Il giudice di pace di Cecina aveva dichiarato il non luogo a procedere ma la procura di Firenze aveva presentato ricorso argomentando che l’imputazione da contestare non era ingiurie, ma oltraggio a pubblico ufficiale, per cui è competente non il giudice di pace ma il tribunale di Livorno, e la Cassazione ha dato ragione alla procura: «Sussistono tutti gli elementi di oltraggio a pubblico ufficiale […] l’offesa all’onore e al prestigio del pubblico ufficiale che deve avvenire alla presenza di più persone, essere realizzata in luogo pubblico o aperto al pubblico e avvenire in un momento nel quale il pubblico ufficiale compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni». La madre che, a colloquio con la professoressa, l’aveva insultata, secondo la sentenza depositata ieri non l’aveva soltanto offesa, ma ne aveva compromesso l’onore di pubblico ufficiale nonché turbato, se non ostacolato, il compito. La Cassazione per la prima volta ha inquadrato l’insulto non come una lite comune, ma come una minaccia per il sistema scolastico, e l’imputazione di oltraggio a pubblico ufficiale è un tentativo di conferire agli insegnanti l’autorevolezza necessaria a svolgere il loro incarico, visto che, come abbiamo detto, l’autorità del passato è stata, giustamente, liquidata come diseducativa e iniqua. Si rischiava infatti di passare da un eccesso all’altro: dal professore che spezza le righe sulle palme distese degli alunni, o che si lascia sfuggire un ceffone, a quello che nelle ore di colloquio deve subire le umiliazioni di genitori inferociti per la mancata promozione dei figli. La Cassazione specifica che non si sarebbe potuto contestare il reato di oltraggio se l’insulto della mamma non fosse stato pronunciato apertamente «nei locali scolastici in modo da essere percepito da più persone», sottolineando quindi l’esigenza che la scuola, come presidio di istruzione, non diventi un luogo di diverbi o risse. Si può anche pensare che estendere il reato di oltraggio a pubblico ufficiale anche agli insegnanti sia eccessivo, e che, così facendo, la Cassazione crei una pericolosa equivalenza tra i professori e le figure pubbliche che, comunemente, consideriamo pubblici ufficiali, come agenti di polizia o carabinieri. L’insegnante non veste una divisa, le sue uniche armi dovrebbero essere la conoscenza della sua materia e la predisposizione a trasmetterla agli allievi. C’era bisogno di arrivare a intimidire i genitori che se lo troveranno davanti, ricordando loro che sono al cospetto di un pubblico ufficiale? Ma se pure fosse esagerato, le mamme e i papà non possono che biasimare se stessi per questa evoluzione giuridica: se avessero accettato con maggiore autocontrollo la bocciatura dei figli, comprendendo che, tra l’altro, ripetere l’anno non è la fine del mondo (per molti ragazzi apatici, al contrario, è uno stimolo salutare a mostrare un po’ di grinta) non si sarebbe arrivati a proteggere gli insegnanti dietro lo scudo dell’oltraggio, sanzionato dal tribunale. di Giordano Teodoldi