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Ristoranti abusivi nel giardino di casa: un caso tutto italiano

di Luca Puccinivenerdì 4 settembre 2026
Ristoranti abusivi nel giardino di casa: un caso tutto italiano

3' di lettura

Magari si mangiava pure da dio. D’altronde le premesse c’erano tutte: in un giardino, a conduzione famigliare, con materie prime probabilmente freschissime, non foss’altro perché il proprietario era uno che ce ne capiva, faceva il pescatore di professione. Ecco, appunto però: perché per quel ristorantino auto-gestito nel patìo di casa sua non aveva il becco di un’autorizzazione. Nessun permesso, nessuna certificazione, niente di niente. E quando se ne sono accorti, i finanzieri delle Fiamme gialle di Livorno, quando assieme agli ispettori dell’Ufficio circondariale marittimo sono andati a controllare quel “locale” di Piombino, si son trovati di fronte una tavola calda completamente abusiva. Frequentata, per carità (mica a caso somministrava sia cibo che bevande), ma del tutto fuori legge. Inutile dire che, lì dentro, non era mai stata battuta l’ombra di uno scontrino.

NESSUN SCONTRINO
Fosse stato (solo) quello, il problema. Sì, d’accordo, l’evasione fiscale, ché uno lavora e paga le tasse per un anno intero proprio per permettersi una cena fuori e poi si becca il “furbetto della ristorazione” (il gestore di Piombino aveva addirittura “assunto” un lavoratore dipendente, neanche a dirlo in nero): però il punto è più che altro quello della sicurezza. Non si scherza con la (buona) tavola. Poteva esserci nel piatto anche il “tonno briao” più buono della città (cerchiamo o no, sempre, quei posticini un po’ casa e un po’ cucina della nonna, la taverna come la faceva mammà?), ma se la filiera della conservazione e della distribuzione non era tracciata, se sulla provenienza non si poteva giurare, se non c’erano tutele di professionalità e di organizzazione garantita, che affidabilità ci poteva essere? E infatti i finanzieri han dovuto sequestrare sessanta chilogrammi di pesce, staccare una sanzione amministrativa per 5mila euro e ovviamente chiudere l’attività all’istante. Niente, il mescolo adesso è attaccato al chiodo. E non è nemmeno l’unico.

Sì, è vero, questo è il Paese della cucina a opera d’arte, siam tutti chef cuochi e intenditori, mollo-tutto-e-apro-un-localino è il piano B per antonomasia dell’italiano medio (i più intraprendenti ci aggiungono basta-andare-all’estero): però no, non è mai così facile. Non è neanche legale se ti metti a spadellare su quattro fornelli da campo allestiti dentro un cantiere vicino alla stazione (è successo due giorni fa a Roma, 300 bibite e 650 chili di prodotti alimentari mandati al macero) o se t’inventi veri e propri prefabbricati che manco han visto un via libera paesaggistico a uso trattoria (una mesetto fa, sul lago di Bolsena, con contestazioni che superano di gran lunga quelle sulla somministrazione abusiva e infatti valgono una maxi multa di 52mila euro) o ancora se te ne freghi delle norme igieniche, tanto non dichiari nulla lo stesso, e le lattine della conserva le stocchi accanto ai rifiuti e agli oli esausto (Palermo, stesso periodo) oppure se fai affari con la movida, specie d’estate, vendendo drink e frutta dino a notte fonda, in un chiosco-chiringuito che non ha mai chiesto mezzo permesso a nessuno (Castellammare di Stabia, la settimana scorsa). I nas (gli uomini del nucleo antisofisticazione e sanità dei carabinieri) hanno appena chiuso una campagna di controlli sull’Appennino bolognese e, su oltre venti strutture passate al setaccio, ne hanno sospese cinque. Poi uno dice, il turismo eno-gastronomico è la colonna portante dell’Italia spaghetti e barolo: certo, però quello tracciato e autorizzato.

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I DATI DEL SETTORE
Secondo il Foodservice market monitor 2025 di Deloitte, il mercato italiano della ristorazione vale qualcosa come 83 miliardi di euro, è il sesto per peso mondiale e il quarto se si parla solo di ristoranti col servizio al tavolo (piaceranno pure, i fast food, ma vuoi mettere?). In un anno il settore è cresciuto del 2% e a trainarlo c’è lei, l’onnipresente, variegatissima, orgogliosissima ristorazione tradizionale. Metterla a rischio per qualche imbroglione dalla carbonara facile non vale la candela.