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Agrigento, tunisino irregolare vende la figlia per 8mila euro

di Daniela Mastromatteimercoledì 16 settembre 2026
Agrigento, tunisino irregolare vende la figlia per 8mila euro

2' di lettura

Era tutto pronto. La data fissata, la cerimonia organizzata, gli sposi a un passo dal fatidico sì. Poi, alla vigilia delle nozze, il sindaco di Montevago, Margherita La Rocca Ruvolo, ha fermato tutto. Non per un capriccio burocratico né per un documento dimenticato. Sul matrimonio tra una ventinovenne del paese e un tunisino di 26 anni, irregolarmente presente in Italia, era arrivata una segnalazione circostanziata e non anonima. Il sospetto è di quelli che non consentono di voltarsi dall’altra parte: la giovane, descritta come una persona fragile e già conosciuta dai servizi sociali, sarebbe stata coinvolta in un matrimonio combinato. Secondo la segnalazione, il padre avrebbe ricevuto ottomila euro dal futuro genero. Il condizionale non è un vezzo, ma un dovere. La Procura di Sciacca ha aperto un’inchiesta e saranno gli accertamenti a stabilire che cosa sia realmente accaduto. Il padre della ragazza, Rosario Gambino, respinge con decisione ogni accusa: sostiene che la figlia sia innamorata, che sia stata lei a voler sposare il giovane e che nessuna somma di denaro sia mai stata versata.

È giusto che ogni persona coinvolta venga considerata innocente fino a prova contraria. Ma è altrettanto giusto riconoscere che la sindaca abbia compiuto l’unica scelta responsabile possibile: fermarsi, verificare e proteggere prima di celebrare. Quando esiste il dubbio che la volontà di una persona vulnerabile possa essere stata condizionata, la prudenza non è discriminazione. È civiltà. Soprattutto perché il promesso sposo non era semplicemente privo di un documento: secondo quanto riportato dalla stampa locale, risultava destinatario di un provvedimento di respingimento emesso dalla Questura di Trapani e di un successivo provvedimento di espulsione. Sarebbe inoltre sottoposto all’obbligo di firma tre volte alla settimana presso i carabinieri.

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E qui la favola dell’accoglienza felice comincia a perdere qualche pagina. Per anni ci è stato spiegato che porre domande significava diffidare, che controllare equivaleva a discriminare e che pretendere il rispetto delle regole rappresentava una forma mascherata di ostilità verso lo straniero. Il risultato è un’integrazione raccontata molto meglio di quanto venga amministrata: piena di parole solenni e tavoli istituzionali ma troppo spesso incapace di distinguere tra chi desidera realmente costruirsi una vita in Italia e chi tenta di aggirarne le norme.

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Il matrimonio è un diritto fondamentale, lo Stato ha il dovere di accertarsi che sia autentico, libero e non utilizzato come scorciatoia. Se poi attorno a quel sì compaiono l’ombra di una somma di denaro, un’espulsione non eseguita e una segnalazione precisa, la celebrazione non può trasformarsi in un atto di fede ideologica. Prima viene la tutela della donna, dopo, eventualmente, la fotografia degli sposi. È questo il punto che una certa sinistra dell’accoglienza preferisce non affrontare. Si proclama paladina dei diritti femminili, ma quando questi entrano in conflitto con il dogma multiculturalista cominciano le esitazioni.

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