Rischia fino a 8 anni e 4 mesi di carcere Youssef Siher, il ricercatore trentenne fermato sabato notte dalla Procura di Milano. Gli investigatori lo considerano il presunto ideatore del Movimento 17 ottobre, legato agli scontri del precedente fine settimana nel capoluogo lombardo. Due i reati contestati: istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, introdotta dal decreto legge del 22 ottobre scorso. A motivare l’aggravante terroristica sono soprattutto i riferimenti al manuale egiziano della rivolta del 2011 e l’invito a replicare quanto accaduto in Francia. La pm Francesca Crupi, che coordina le indagini insieme al procuratore Marcello Viola, chiederà oggi la convalida del fermo. Nel provvedimento, la Procura sostiene che i messaggi diffusi dal Movimento 17 ottobre avrebbero creato uno stato di «intimidazione della popolazione». Siher, secondo i magistrati, avrebbe «approfittato di quanto accaduto» il 17 e 18 ottobre a Milano, durante le devastazioni e i saccheggi, per costruire un gruppo Telegram con migliaia di iscritti, e dare così «corso ad un progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi con finalità eversive al fine, di fatto, di ingenerare terrore nella popolazione».
COINVOLTA ANCHE LA MOGLIE
Ma l’inchiesta milanese coinvolge anche la moglie del ricercatore, Sagia Hammoud, 32 anni, mediatrice interculturale nata e cresciuta a Como, indagata a piede libero per istigazione a delinquere in concorso con il marito. Secondo la Procura, erano proprio i due coniugi a gestire in esclusiva la chat Telegram e la pagina Instagram del Movimento 17 ottobre. Durante gli accertamenti informatici, la Polizia postale avrebbe trovato un post contenente le istruzioni destinate ai manifestanti di otto città. Per Milano erano previste tre piazze di partenza, dalle quali i partecipanti avrebbero dovuto raggiungere insieme il centro. Il messaggio era pronto per essere pubblicato nel pomeriggio di sabato scorso, quando erano in programma nuove mobilitazioni, ma l’intervento della Polizia postale e della Digos ne avrebbe impedito la diffusione. Le indicazioni avrebbero potuto raggiungere una platea di 150mila persone, considerando i 100mila utenti di Telegram e i 50mila di Instagram. Ed è proprio il controllo dei due canali social che ha portato gli investigatori a concentrarsi anche sulla posizione di Hammoud, per accertare chi avesse materialmente preparato i messaggi. Del resto, il telefono della donna avrebbe avuto un ruolo anche nel rintracciare Siher. Sabato mattina gli agenti sarebbero riusciti a individuare il ricercatore grazie al cellulare della moglie, mentre quello dell'uomo era spento. La coppia si sarebbe sposata nel settembre 2026 e vivrebbe in provincia di Milano, pur conservando residenze anagrafiche differenti: lui a Mazzano, nel Bresciano, lei a Como.
Di Sagia Hammoud si trova anche una lunga biografia, scritta in prima persona e pubblicata sul sito dell’Associazione per cui lavora. Italiana di seconda generazione, si presenta come «libanese, palestinese e araba di appartenenza». Nella fotografia che accompagna il profilo indossa il velo islamico e porta un anellino al naso. Racconta di aver vissuto tra Valenciennes, in Francia, Bruxelles e Beirut, tre città nelle quali «ho lasciato un pezzo del mio cuore e dove ho riscoperto parti di me stessa». Hammoud si definisce «appassionata di Palestina, lettura, scrittura, musica, collage, pittura e di tutte le forme d’arte politica che si possano concepire». Anche il lavoro occupa uno spazio importante nel suo racconto. Dell’Associazione parla come di una seconda casa, un ambiente nel quale le sarebbe stato «permesso di contribuire in modo concreto, senza snaturarmi, alla definizione di una società che non lasci indietro nessuno, di poter dunque lavorare senza abbandonare i miei valori». E proprio parlando di valori e appartenenza, Hammoud introduce un termine della tradizione araba al quale attribuisce un significato particolare: «Una delle mie parole preferite è Umma, letteralmente traducibile con “comunità” e derivante dalla parola araba, “madre”: questa parola fa riferimento all’importanza del supporto reciproco e della stretta dipendenza fra le diverse membra di un unico grande organismo, la società».
LA COLLABORAZIONE DELLA COGNATA
Anche la sorella di Sagia, Chiara classe 1995, è molto attiva politicamente e impegnata nella lotta per i diritti degli stranieri. Le due donne sarebbero ferventi attiviste Pro Pale avrebbero partecipato a più manifestazioni. Chiara, freelance nel settore marketing, con laurea alla Bicocca di Milano, lavora come agente plurimandataria di un’azienda di tubi. Ma la sua vera passione sarebbe un’altra: la protesta di piazza. Nelle scorse ore è circolata nelle chat Telegram e Instagram del Movimento 17 ottobre una guida intitolata «Rivoluzione, istruzioni per l’uso». Il documento, che reca la dicitura «Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011», contiene consigli pratici destinati ai partecipanti delle manifestazioni: l’«equipaggiamento consigliato», i «rimedi contro i lacrimogeni» e le «tattiche di piazza» (per esempio insegna a superare i cordoni di polizia). Secondo fonti di Libero, potrebbe esserci proprio lei dietro a questo manuale. Un’analisi dei metadati del documento avrebbe permesso di individuare Chiara come autrice del vademecum diffuso nelle chat. Ma oltre a Sagia e a Chiara, spunta un’altra giovane donna dalla biografia interessante nella rete di conoscenze di Siher. Dalle carte dell’inchiesta sulla presunta cellula di Hamas che avrebbe operato in Italia, in particolare sulla direttrice Genova-Milano, spuntano alcune telefonate tra il presunto «ideologo» del Movimento 17 ottobre e Falastine, figlia di uno dei pezzi grossi dell’indagine, Abu Falastine (all’anagrafe Dawoud Ra’Ed), sotto indagine per terrorismo.
IL «LUOGOTENENTE»
L’uomo è sospettato di essere il «luogotenente» del capo dell’organizzazione Mohammad Hannoun (giordano come lui). Il cinquantaduenne è stato direttore generale dell’Associazione benefica di solidarietà con il Popolo palestinese e avrebbe organizzato e gestito, a livello internazionale, operazioni di raccolta e trasferimento di fondi in Paesi come Turchia ed Egitto (spesso attraverso spalloni o canali informali come la hawala) per aggirare i blocchi e le restrizioni del sistema finanziario ufficiale. Tale denaro sarebbe servito a foraggiare direttamente Hamas, i suoi vertici (come Osama Alisawi) o le associazioni caritatevoli di copertura (come la Rowad o la Dar Al-Yatim). Avrebbe agito come amministratore di fatto anche di altre associazioni riconducibili al gruppo, come la Cupola d’oro e La Palma, create appositamente per eludere i controlli delle autorità e continuare la raccolta fondi. Avrebbe inoltre gestito la logistica nazionale e transnazionale del sodalizio, inclusa la pianificazione dell’acquisto di immobili a Milano con denaro formalmente destinato agli orfani. È accusato pure di aver svolto attività di propaganda e sostegno della causa di Hamas, anche attraverso la pubblicazione di post sui social che esaltavano e celebravano gli attacchi terroristici compiuti dall’organizzazione (come quello del 7 ottobre 2023). La figlia Falastine (all’anagrafe è stata registrata con il nome Islam ed è nata il 21 maggio 2006 a Desio) appariva ben informata sulle attività del padre, ma anche molto attiva in piazza. I tabulati telefonici di Falastine hanno permesso di scoprire i suoi contatti con Siher, che a un primo esame non erano stati ritenuti di interesse investigativo. Ma alla luce delle indagini che hanno portato al fermo dell’uomo le intercettazioni dell’inchiesta saranno riascoltate per capire se gli indagati abbiano parlato di lui.
LE INTERCETTAZIONI
Nei mesi scorsi, la ragazza (che non risulta indagata dalla Procura di Genova) era stata inserita con il ruolo di segretaria nell’associazione La Palma, costituita a seguito della chiusura dei conti delle precedenti associazioni. In un’intercettazione Abu Falastine e uno degli avvocati del sodalizio discutono della necessità di recarsi in banca con i tre soci (tra cui Islam) per l’apertura di un nuovo rapporto con l’istituto di credito. Falastine compare in diverse intercettazioni ambientali a bordo dell’autovettura in uso al padre. In una di queste, la giovane chiede al genitore informazioni sulla chiusura della Cupola d’oro e dei relativi conti bancari. Fa domande su quanto ha letto su un giornale a proposito dell’associazione che «gira attorno allo zio Hannoun». Chiede inoltre se collaborino con un soggetto di nome Osama e che cosa intenda fare il padre con i soldi bloccati all’interno del conto postale, per esempio se voglia acquistare un immobile per poi rivenderlo. Il genitore le spiega che l’importante è far uscire i soldi (ipotizzando di trasformare l’immobile in moschea, teatro o sala feste) e le confida di aver già effettuato trasferimenti di denaro a livello nazionale. In un’altra intercettazione del settembre 2024, Falastine conferma alla madre che terze persone avrebbero acquistato un posto nei paraggi della «vecchia casa», riferendosi a quella di «Abu Obaida», omonimo di un noto terrorista di Hamas deceduto nel 2025. Durante le indagini la ragazza risultava coinvolta nell’attività di propaganda. In un’ulteriore conversazione del 15 aprile 2025, il padre le chiede se abbia preparato un poster e la giovane conferma di averlo pronto, ma di non averlo ancora pubblicato. Nella stessa giornata, Islam chiede al genitore chiarimenti sul ruolo di Abu Marzouk all’interno di Hamas, domandando se sia il responsabile del movimento all’estero.
Youssef Siher, chi è la moglie Sagia e cosa scriveva: spuntano chat sconvolgenti
Sagia Hammoud è indagata per gli stessi reati del marito, Youssef Siher, l'uomo fermato a Milano c...A un certo punto i genitori temono che Islam sia finita nell’indagine per uno scambio di persona e ipotizzano di mandarla a studiare in Giordania. Ma anche Siher è un ultrà di Hamas con Abu Falastine e, forse, la figlia. Il 7 ottobre 2023, mentre i terroristi massacrano civili in Israele, Youssef risponde su X a Matteo Salvini, che ha appena espresso solidarietà allo Stato ebraico: «Allahu Akbar» con tre cuori, ovvero «Dio è il più grande». Nella stessa giornata richiama una risoluzione dell’Onu che riconosce la lotta armata dei popoli sottoposti a occupazione, precisando: «La risoluzione non fa riferimento a uno scenario ipotetico, bensì, nello specifico, ai diritti del popolo palestinese». Poche ore dopo torna sull’attacco di Hamas con un paragone storico: «Senza contesto possiamo dire che Hitler nella primavera del 1945 stava eroicamente difendendo la Germania dall’invasione dei terroristi americani, russi e inglesi». A novembre rilancia lo slogan «From the river to the sea Palestine will be free», che invoca una Palestina libera dal fiume Giordano al Mediterraneo. Il 14 dicembre, su Instagram, affronta direttamente il rapporto tra Hamas e religione: «Hamas è autenticamente plasmata sui valori dell’Islam nel quale identifica i suoi ideali». E insiste: «Hamas non strumentalizza l’Islam per fini politici, ma è l’Islam che plasma la sua lotta per la liberazione nazionale e contro il colonialismo». Il 6 giugno 2024, infine, Antonio Tajani esprime cordoglio per un riservista italo-israeliano ucciso da Hezbollah. Siher interviene sotto quel messaggio con una sola parola: «Alhamdulillah», cioè «lode a Dio».




