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Trump e l'attentato, come e perché la sinistra ha iniziato a odiare Donald

Politica e terrore, la geneaolgia della violenza: i benpensanti progressisti si scontrano con il successo di Trump. Si sentono moralmente superiori e legittimano ogni azione contro di lui
di Corrado Oconelunedì 27 aprile 2026
Trump e l'attentato, come e perché la sinistra ha iniziato a odiare Donald

3' di lettura

Donald Trump, sin dai suoi primi passi in politica, ha catalizzato in maniera esponenziale e paradigmatica l’odio e il risentimento dei benpensanti e della sinistra progressista. La quale ultima, quando non riesce a ricondurre alle proprie categorie mentali l’emergere di nuovi protagonisti con nuove idee, prima tende a sottovalutarli, a considerarli un incidente di percorso, dei fenomeni folkloristici destinati a durare l’alba di un mattino. E poi, quando il loro successo si mostra tutt’altro che temporaneo, prova a fermarli delegittimandoli in una critica che è etica, anzi moralistica, ed estetica al tempo stesso, ma giammai politica, cioè mai volta a capire le ragioni ultime del loro successo. Il fatto è che Trump non solo se ne è fregato di certe critiche e nulla ha fatto per accreditarsi e rendersi «presentabile», ma anzi le ha cercate e provocate con i suoi comportamenti «esagerati» per farne un punto di forza.

Questa tecnica, appresa probabilmente in anni e anni di vita lavorativa, in cui Trump aveva fatto di sé stesso un brand nel mondo degli affari, con strategie di comunicazione e marketing tese a raggiungere, fidelizzare e, perché no?

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, stupire l’uomo qualunque, si è riversata in politica come un vero e proprio tornado fra il 2015 e il 2016, quando, oltre ogni previsione, il candidato presidenziale outsider del campo repubblicano prima sbaragliò i suoi avversari nel partito, fra dibattiti televisivi e campagne propagandistiche mirate, e poi sconfisse Hillary Clinton, la candidata democratica data per vincente. Più i suoi avversari provavano ad argomentare le loro «buone ragioni» in modo sofisticato ma trasudante odio, più Trump aveva buon gioco nell’accusarli di astrattezza, lontananza dal popolo, autoreferenzialità, ipocrisia.

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L’incapacità di uscire da questo vicolo cieco fu il viatico per un odio viscerale verso l’usurpatore che si protrasse per tutti i quattro anni della sua prima presidenza e poi anche in quella di Biden, quando il tycoon si dedicò ad affilare le armi per ritornare alla Casa Bianca mentre la sinistra studiava ogni mossa per metterlo fuori gioco per via giudiziaria o comunque extra-politica. Ed usurpatore in qualche modo Trump lo era, perché aveva interrotto non solo annidi dominio politico democratico, che avevano trovato in Obama illoro simbolo, ma perché aveva letteralmente cambiato le regole che la sinistra progressista aveva imposto a media, industria, università, società tutta intera, sfidando la cultura della «correttezza» e mostrandone gli aspetti di ipocrisia e di chiusura mentale e morale, cioè di illiberalità, che le erano propri. Una dimostrazione tanto più efficace perché avveniva non con i ragionamenti ma con la essa in scena di comportamenti scorretti e provocatori, spesso volgari e sempre sopra le righe, ad alto impatto comunicativo. In qualche modo, la sua presenza stessa e poi il suo successo mostravano il fallimento delle classi dirigenti progressiste, l’inconsistenza della loro narrazione.

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Il fatto poi che Trump avesse un elettorato popolare, per forze che si dicono di sinistra raddoppiava addirittura il senso di frustrazione. Trump aveva poi osato sfidare i democratici sul terreno stesso della comunicazione moderna: la capillare e scientifica campagna elettorale via web di Obama, osannata dai media di mezzzo mondo e portata ad esempio di modernità e comunicazione politica, appariva d’un tratto antiquata, sorpassata, inefficace rispetto ai tweet e ai meme, fra il surrealistico e lo sfrontato, diffusi da Trump. Il motivo più forte di odio verso il tycoon, quello che doveva finire per saldare la sinistra radical chic e globalista con il mondo degli antagonisti e dei no global allevati nelle università, era però la riproposizione non colpevolizzante dei valori occidentali tradizionali. Anni e anni di retorica terzomondista, anticolonialista, decostruttrice, quasi sempre a senso unico, avevano finito per far giudicare quei valori come vuoti e violenti, non rispettosi delle «culture altre» a cui in qualche modo veniva concessa, in nome della promozione della «diversità», la facoltà di esprimersi e non essere giudicate anche nei loro comportamenti più intolleranti e illiberali. Messasi in moto la macchina dell’odio, e fomentata e mai più fermata in tutti questi anni, è da meravigliarsi se qualche squilibrato si senta in diritto di uccidere l’usurpatore fascista che siede alla Casa Bianca?