Il leggerissimo sospetto è che sul tema “integrazione” la sinistra abbia preso l’ennesima cantonata. Altrimenti che senso avrebbe, come ha fatto ieri Ilaria Salis, gridare al «razzismo» italiano a fronte dei tanti azzurri, di atletica leggera e nuoto, che hanno vinto in nome della “multietnicità”? Eppure è quello che è successo. Il record di medaglie ai rispettivi campionati europei è diventato realtà, ha scritto sui social l’europarlamentare di Avs, «nonostante il razzismo che avvelena il nostro Paese». Qualcosa non torna. Perfino Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, è stato costretto ad ammettere che il nostro Paese ha finalmente colmato il ritardo sul fronte della valorizzazione del «contributo delle migrazioni». Del resto le biografie di alcuni campioni non lasciano spazio ai dubbi: la fondista Nadia Battocletti è figlia di un maratoneta trentino e di un’ottocentista marocchina; la saltatrice Larissa Iapichino è figlia della britannica Fiona May; il velocista Fausto Desalu è di origine nigeriana; la nuotatrice Sara Curtis di nigeriano ha la mamma, Helen. E poi Dariya Derkach, campionessa nel salto triplo: nata in Ucraina nel 1993, si è trasferita in Italia nel 2002 e undici anni dopo, una volta ottenuta la cittadinanza italiana, ha iniziato a indossare la canotta azzurra dopo aver rifiutato le offerte di tre federazioni (della stessa Ucraina, della Spagna e del Qatar).
LA LISTA
Un elenco nel quale, sfortunatamente, non compaiono lo “scattista” Marcell Jacobs – nato in Texas da madre italiana e padre americano – e Mattia Furlani, lunghista nato a Marino, ai Castelli romani, da padre italiano e madre di origine senegalese. Solo un doppio infortunio, infatti, li ha tenuti lontano dalla possibilità di mettersi al collo una medaglia. Il doppio Europeo - Birmingham e Parigi - una cosa ha in comune: gli atleti azzurri simbolo della nuova “italianità”, «grande modello di inclusività», come scrive ancora il Corriere, o sono nati nel nostro Paese, o hanno gareggiato sotto il Tricolore dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana (come anche la maratoneta Sofia Yaremchuk, di origine ucraina: nata nel 1994 a Leopoli, in Italia dal 2016, cittadinanza ottenuta nel 2021). Se c’è un messaggio che emerge da queste competizioni, è quello che il tanto vituperato schema italiano, quello della cittadinanza in dieci anni o per iure sanguinis, funziona e bene. Devono essersene accorti anche i lettori social di Salis, che infatti sotto il post nel quale l’europarlamentare grida al «razzismo» hanno risposto: «I successi degli atleti italiani di ogni origine dimostrano esattamente il contrario: questi campioni dimostrano che ci accetta i nostri valori, rispetta le regole e si integra, ha le stesse possibilità di emergere e di essere celebrato». Ilaria colpita e affondata.
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Eppure anche tra le file degli altri partiti del “campo largo” c’è qualcuno che approfitta del medagliere azzurro per tornare alla carica su ciò che è stato smentito proprio dalle prove su pista e in piscina: lo ius soli. Secondo Daniela Sbrollini, senatrice di Italia Viva, i successi italiani «devono spingere il Parlamento ad affrontare rapidamente e con coraggio il tema dello ius soli sportivo, completando sul piano della cittadinanza ciò che lo sport già realizza ogni giorno nei campi, nelle piste, nelle piscine e nelle palestre». In Italia, accusa, «migliaia di giovani nati o cresciuti nel nostro Paese studiano nelle nostre scuole, parlano la nostra lingua, si allenano nelle nostre società e condividono con i loro compagni sogni, sacrifici e valori. Eppure, in molti casi, non possono rappresentare l’Italia nelle competizioni internazionali». Eppure il doppio Europeo ha dimostrato proprio il contrario. Niente da fare: per Iv è ora che «le proposte sullo ius soli sportivo abbiano finalmente un iter parlamentare rapido e concreto». Dichiarazione copia e incolla di quella diffusa due anni fa dopo «la straordinaria vittoria della multietnica Italvolley femminile ai Giochi di Parigi».




