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Maldive, "il filo d'Arianna": sub italiani morti, un'ipotesi agghiacciante

di Roberto Tortoragiovedì 21 maggio 2026
Maldive, "il filo d'Arianna": sub italiani morti, un'ipotesi agghiacciante

2' di lettura

Un dosso di sabbia, un cunicolo sbagliato e pochi minuti d’aria. È questa l’ipotesi che nelle ultime ore prende corpo attorno alla morte dei sub italiani nella grotta vicino ad Alimathà, alle Maldive. A ricostruire la possibile dinamica sono stati i sub finlandesi di Dan Europe, tornati sul luogo della tragedia per nuovi rilievi. E il quadro che emerge è inquietante.

La grotta si raggiunge dopo una discesa di circa 50 metri. All’ingresso c’è una grande cavità illuminata naturalmente, con fondo sabbioso. Da lì parte un corridoio stretto, lungo quasi trenta metri, che conduce a una seconda stanza molto più profonda, a circa 65 metri, completamente buia. “La visibilità, usando l’illuminazione artificiale, era ottima”, spiega Laura Marroni, CEO di Dan Europe. Il problema sarebbe nato al ritorno.

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Prima dell’accesso alla seconda cavità c’è infatti un dosso di sabbia creato dai movimenti dell’acqua. In entrata lo si supera facilmente. In uscita, invece, cambia prospettiva e può sembrare una parete. È qui che i sub potrebbero aver perso l’orientamento. Spiega la Marroni: “Sulla sinistra, sempre in uscita dalla seconda grotta, c’è invece un altro corridoio ben delineato e col fondo piatto”. Un passaggio che, però, non conduce all’esterno.

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“I corpi dei sub sono stati trovati tutti lì dentro, come se l’avessero scambiato per quello giusto, ma lì non c’era via di uscita”. A complicare tutto la scarsa autonomia delle bombole. I sub stavano utilizzando attrezzature standard da 12 litri. “Si parla di dieci minuti, forse anche meno” dice Marroni, riferendosi al tempo utile per esplorare la seconda grotta. E in caso di errore, il panico può diventare decisivo. “Rendersi conto che la strada non è giusta e avere poca aria magari dopo aver fatto avanti indietro, terrorizza. Allora si respira velocemente e l’aria cala”.

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Forse questa ipotesi spiega anche la posizione in cui è stato trovato il corpo della guida, Gianluca Benedetti, recuperato nella prima stanza della grotta. Chi conosce queste immersioni sa che spesso è proprio la guida a precedere il gruppo verso l’uscita. Se Benedetti si fosse accorto di non avere più dietro gli altri sub, potrebbe essere tornato indietro nel tentativo di recuperarli, restando però senza ossigeno durante il rientro. Resta poi un altro elemento che colpisce gli investigatori: il Filo d’Arianna non è stato trovato. Un dettaglio pesante in una immersione così tecnica e profonda. È un supporto galleggiante srotolato da un mulinello durante le immersioni in ambienti chiusi, come grotte o relitti. Uno strumento salvavita fondamentale, che permette ai subacquei di ritrovare la via del ritorno in condizioni di scarsa visibilità od orientamento complesso. E la sua assenza oggi rende ancora più drammatica una tragedia che, minuto dopo minuto, appare sempre meno frutto del caso.