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Ristorante vietato ai bambini, esplode il caso in Brianza

di Luca Puccinimercoledì 9 settembre 2026
Ristorante vietato ai bambini, esplode il caso in Brianza

3' di lettura

Farà arrabbiare (qualcuno), farà discutere (tutti quanti): epperò, di certo, lui quell’idea la rivendica. «Ce ne vantiamo», dice infatti Alan Sampietro che è il titolare dell’Hostaria 2.0, un locale a Lesmo, nella Brianza monzese, in Lombardia, che da qualche dì ha deciso di scoraggiare l’ingresso dei bambini nel suo ristorante.

Non è nemmeno una questione di fatturato, quella di Alan, che ha rinunciato, in un giorno solo, ad almeno tre gruppi, il più numeroso dei quali era composto da quindici persone e il più piccino da altre unidici, per una quarantina di coperti messi assieme (tra parentesi: l’Hostaria di posti ne ha appena 26). Non-è-il-caso.

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NIENTE CONTRO I BIMBI
È più un’esigenza di principio. «Non sono assolutamente contro i bambini, anzi ne ho due oramai grandicelli e sono zio di cinque. Ma il messaggio che ho voluto lanciare riguarda la realtà del locale: è piccolo, gli spazi sono contati e semplicemente non è adatto a una clientela così giovane». D’altronde la si può anche mettere così: una pomeriggio a pranzo, un frugoletto che a malapena sta in piedi sulle sue gambe ma che corre tra i tavoli e non sta fermo un secondo, dà pure fastidio agli altri avventori, una madre che nemmeno ci prova a farlo chetare e, alla fine, una recensione impietosa lasciata su qualche portale on-line (una stellina appena) perché l’esperienza non sarebbe stata di gradimento. Alzi la mano chi, nei panni del ristoratore, non avrebbe fatto lo stesso.

Sampietro ci ha aggiunto del suo, d’accordo, ha eliminato i seggioloni, ha tolto il menù baby con le porzioni ridotte, wurstel e patatine ma per carità, ha di fatto creato un ambiente child-free «per permettere ai clienti di godersi un’atmosfera più intima e soffusa» e sulle sue pagine social ha chiarito come stanno le cose: però davvero gliene si può fare una colpa? Anche perché dal punto di vista giuridico ha rispettato tutto quel che c’era da rispettare, cioè (in buona sostanza) l’articolo 187 del regio decreto 635 del 1940 (sì, una norma con 86 anni di validità) che vieta espressamente ai ristoratori di vietare, nel senso che chiarisce come gli esercenti «non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi».

E l’età anagrafica, magari anche quella che si calcola ancora in mesi, di certo non è un motivo legittimo (vale solo per la somministrazione di alcolici, ma è chiaramente un altro discorso). Per questo all’Hostaria di Lesmo si sono “inventati” (per modo di dire perché non qualche precedente sui generis c’è: a Bagnolo Mella, nel Bresciano, il ristorante-pasticceria Sirani da tempo ha messo il paletto a dieci anni dopo le nove di sera; a Villa di Tirano, in Valtellina, un ristoratore ha esposto in vetrina un avviso contro i bambini maleducati chiarendo però che il bersaglio sono per lo più i genitori; in tutta Italia le strutture a vario titolo, soprattutto hotel, riservate agli adulti sono oltre 200) la formula a “raccomandazione”: il locale è perfettamente sguarnito di qualsiasi servizio possa far comodo a una famiglia con ragazzini di meno di sette anni, sta scritto a lettere cubitali anche sul sito e viene ricordato al momento della prenotazione, «se poi qualcuno decidesse di volerli portare a tutti i costi li farei accomodare», spiega Alan, «però sinceramente non riesco a capire perché qualcuno dovrebbe adottare una linea così intransigente».

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LA POLEMICA SOCIAL
Di contro, invece, è scoppiata la polemica su internet perché il video con cui Alan spiegava le sue ragioni l’han visto in due milioni di persone: «Credevo che si sarebbero soffermate per un istante a cercare di comprendere il contesto e invece ho ricevuto attacchi anche molto violenti». Chi ha accusato l’Hostaria di odiare i bambini (mica vero), chi senza manco conoscere il locale ha iniziato a dire che «scommetto rifiuta i bambini ma accetta i cani» (ma che c’entra?) e chi s’è spinto a dire persino che così facendo si incentiva la denatalità (che è sì un problema non solo italiano ma che non ha neanche niente a che vedere con un pasto tra soli adulti). «Non c’è nessuna volontà di discriminazione da parte mia», chiosa ancora Alan, «solo il desiderio di tutelare la mia clientela e offrire l’atmosfera che stava cercando: il mio è un ristorante intimo, romantico, con luci soffuse e musica in sottofondo. È poco adatto alle famiglie».

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