Ci sono slogan che evaporano nel giro di una giornata e vernici “lavabili” che restano incrostate per tre anni. Quella spruzzata dagli attivisti di Ultima Generazione sulla facciata di Palazzo Vecchio, a Firenze, appartiene evidentemente alla seconda categoria. Il 17 marzo 2023 due militanti del movimento ambientalista entrarono in azione in piazza della Signoria armati di estintori, ricoprendo di colore arancione una parte dell’arengario. Nel comunicato di rivendicazione si premurarono di precisare che si trattava di «vernice lavabile». Una formula rassicurante, ripetuta quasi automaticamente dopo ogni blitz: nessun danno, nessun pericolo, soltanto un’azione simbolica per risvegliare le coscienze.
LA CORSA DEL SINDACO
Tre anni dopo, è la pietra trecentesca di Palazzo Vecchio a rispondere. I residui di pigmento sono penetrati nella porosità della facciata e i tecnici sono dovuti tornare al lavoro per tentare di eliminarli. Non bastarono gli idranti, le spazzole e l’intervento immediato dei restauratori presenti quel giorno in piazza. Non è bastata nemmeno la celebre corsa dell’allora sindaco Dario Nardella, diventata un meme sui social ma, alla luce dei fatti, assai meno ridicola del gesto che cercava di fermare.
Il conto tecnico smonta definitivamente la favola della tempera innocua. Il portale governativo Art Bonus indica per la pulitura della facciata un importo previsto di quasi 40mila euro. L’intervento non consiste in una passata di spugna: servono una levigatura selettiva, impacchi di polpa di carta e carbonato d’ammonio, prove preliminari e una successiva riequilibratura dei colori attraverso ossidi e terre naturali. Altro che acqua e sapone.
La distinzione che Ultima Generazione continua a ignorare è elementare: una vernice può essere diluibile o lavabile con acqua su una superficie moderna e risultare comunque dannosa quando viene sparata contro una pietra antica, irregolare e porosa. È come sostenere che il vino non macchi perché si lava dalle mani, dopo averne rovesciato una bottiglia sopra un manoscritto medievale.
Nel ringraziare il Comune, i tecnici e i restauratori impegnati nel nuovo intervento, Nardella ha ricordato che l’azione ha provocato danni per decine di migliaia di euro. E ha auspicato che siano i responsabili a risarcirli. Sarebbe il minimo. La disobbedienza civile perde gran parte del proprio fascino quando il conto viene consegnato ai cittadini che non hanno disobbedito a nulla. Per una volta bisogna riconoscere all’ex sindaco di Firenze di avere pronunciato parole difficilmente contestabili: la battaglia contro il cambiamento climatico può anche essere legittima, ma non quando danneggia il patrimonio pubblico.
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Non occorre negare il riscaldamento globale per capire che imbrattare Palazzo Vecchio non riduce di un grammo le emissioni. Aumenta soltanto le ore di lavoro necessarie per ripulirlo. Il punto non è quindi la causa ambientale, ma la presunzione di chi se ne proclama interprete esclusivo. Gli attivisti di Ultima Generazione si attribuiscono il diritto di scegliere un bene appartenente a tutti, sfregiarlo, bloccarlo o renderlo temporaneamente inaccessibile, stabilendo autonomamente che il disagio e gli eventuali danni siano un prezzo accettabile.
Naturalmente pagato dagli altri. È un ambientalismo fondato su una curiosa gerarchia: il pianeta va protetto, la città può essere usata come una tela; il paesaggio è sacro, il monumento diventa materiale scenografico; la collettività deve cambiare stile di vita, mentre il militante può decidere che cosa deturpare in suo nome.
Palazzo Vecchio non è stato un incidente isolato. Negli ultimi anni il movimento ha preso di mira il Senato, il Teatro alla Scala, l’Arco della Pace, sedi istituzionali, musei, negozi e opere protette da vetri o teche. Non tutte le azioni hanno provocato danni diretti ai capolavori, ma tutte si fondano sul medesimo ricatto comunicativo: utilizzare qualcosa che gli italiani amano per costringerli a guardare chi lo sta deturpando.
SEQUESTRO DI ATTENZIONE
Non è sensibilizzazione. È sequestro dell’attenzione. Gli eco-vandali definiscono queste iniziative azioni non violente. Formalmente è vero: non vengono aggredite persone. Ma l’assenza di violenza fisica non trasforma automaticamente qualsiasi gesto in un innocuo esercizio democratico. Poi chi lo dice che non ci sia violenza nel danneggiare opere d’arte (irripetibili) di grande valore storico. E comunque se si rivendica orgogliosamente un gesto, bisogna accettarne anche le conseguenze economiche e giudiziarie. La disobbedienza civile non è un abbonamento gratuito alla trasgressione: nella sua tradizione più seria comporta l’assunzione personale del prezzo della protesta, che non deve essere a carico dei contribuenti. A Firenze, invece, la propaganda diceva “lavabile”, mentre la pietra assorbiva il colore. Gli attivisti promettevano di difendere il futuro e lasciavano una cicatrice sul passato. Dopo tre anni, i restauratori sono ancora lì: professionisti chini sulla facciata a rimediare al gesto di chi pretendeva di impartire al Paese una lezione di responsabilità. La vernice forse andrà via. L’ipocrisia degli eco-vandali, a quanto pare, è molto più resistente.




