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Berizzi e la fake news di Giorgio Almirante fucilatore di partigiani

Il riferimento è alla notizia della scoperta di un gruppo di ragazzini neonazisti viene messa in relazione con l'Almirante caporedattore della rivista La difesa della razza
di Annalisa Terranovamartedì 29 settembre 2026
Berizzi e la fake news di Giorgio Almirante fucilatore di partigiani

3' di lettura

Paolo Berizzi si vanta di avere ricordato ai “megafoni meloniani” chi era davvero Giorgio Almirante. Si riferisce a una puntata di Ottoemezzo in cui la notizia della scoperta di un gruppo di ragazzini neonazisti viene messa in relazione con l’Almirante caporedattore della rivista La difesa della razza. Il tutto per arrivare a dire che anche Meloni è una razzista. Quanto tutto ciò sia frutto di malafede non è il caso di spiegarlo. Berizzi definisce Almirante un «fucilatore di partigiani», e afferma che ci sarebbe una sentenza che lo attesta. E qui la storia si complica. Ma proveremo a semplificarla in modo che anche Berizzi possa arrivarci. La vicenda delle querele di Almirante contro i giornali, in primis L’Unità, che lo definirono fucilatore e torturatore di partigiani è già stata spiegata da Alberto Busacca nel suo libro Fasciofobia: Almirante aveva curato la diffusione di un bando che intimava la resa ai partigiani, ma non lo aveva firmato. Lo stesso Almirante ne trasse spunto per il titolo di un suo memoriale, Autobiografia di un fucilatore, edito nel 1973 dalle edizioni de Il Borghese, testata nella quale guarda caso proprio Berizzi mosse i primi passi della sua carriera molti anni dopo.

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La faccenda risale al 1971, anno di grandi successi elettorali del Msi. Almirante tra l’altro giganteggiava in tv, nelle Tribune politiche condotte da Jader Jacobelli, anche lui ex fascista iscritto ai Guf e partecipante ai Littoriali della cultura e dell’arte. In una di queste si presentò così: «Vorrei chiarire che io sono un modestissimo attore che non ha né mutato, né bruciato il copione quando dalla platea gli applausi diventarono fischi». Era il 1967. La feroce campagna contro il leader missino arrivò quattro anni dopo. Così spuntò miracolosamente questo bando stampato su un manifesto del 17 maggio 1944 e firmato da Almirante in cui si invitavano i partigiani a presentarsi ai posti militari e di polizia italiani e tedeschi per non essere sottoposti a procedimento penale. Se invece avessero scelto di rimanere alla macchia sarebbero stati fucilati. Il segretario missino reagì querelando, ma i vari tribunali non riconobbero la fattispecie della diffamazione nei suoi confronti asserendo (sentenza del tribunale di Reggio Emilia del 1972) che il solo fatto di avere aderito alla Rsi «integrava la sussistenza materiale del fatto diffamatorio». Il processo di Roma fu il più attenzionato: coinvolgeva i giornalisti Ricchini (L’Unità) e Luciana Castellina (il manifesto) che furono assolti ma le motivazioni della sentenza sono illuminanti. «Sta di fatto che gli imputati non hanno fornito alcuna prova che l’Almirante abbia firmato bandi prevedenti la pena di morte contro gli sbandati». I due giornalisti furono comunque scagionati per «incolpevole errore».

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Nel suo libro Almirante parlando del famigerato bando spiegava che esso era stato emanato «da tre personaggi che si chiamavano: Mussolini, Graziani, Pisenti (ministro della Giustizia dell’epoca). Non poteva recare altre firme, come tutti i bandi precedenti, pubblicati con quelle firme sulla Gazzetta Ufficiale della Rsi. Attribuirne la firma e la diramazione al sottoscritto significava, credo di non sbagliare, coprirsi di ridicolo». Alla fine la vicenda trovò soluzione, come ricorda Federico Gennaccari nel suo Cento personaggi della destra (Fergen edizioni) quando saltò fuori a Pistoia un telegramma effettivamente firmato da Almirante nell’aprile del 1944 che invitava le prefetture a diffondere il decreto del 10 aprile 1944 che concedeva tempo ai partigiani fino al 25 maggio per la resa, pena la fucilazione.
L’unica prefettura che aveva fatto stampare il telegramma fu quella grossetana: di qui il manifesto che era dunque effettivamente autentico ma la firma di Almirante era sul telegramma, non sul bando. Così nel dicembre del 1978 la Corte d’Appello di Bologna diede ragione a Almirante, stabilendo che era stato effettivamente diffamato a mezzo stampa, ma il reato ormai era caduto in prescrizione.