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Per il "partner" di Romney è corsa a quattro

L'ex governatore del Massachussets sempre più vicino alla nomination: Christie, Rubio, Ryana e Jindal i nomi per la vicepresidenza

26 Marzo 2012

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Per il "partner" di Romney è corsa a quattro

Christie? Rubio? Ryan? Jindal? Sono i quattro protagonisti della telenovela della nomination repubblicana “Saranno famosi?”, quella che sta rubando audience alla stantia sit-com “Chi sfiderà Obama?”. Tutti in America, a parte Newt Gingrich e Rick Santorum e i loro famigliari, dicono ormai che il candidato sicuro per la nomination repubblicana è Mitt Romney. Anche tra coloro che insistono a non dargli il voto alle primarie e preferiscono i due che sarebbero “più conservatori” di lui, la maggioranza riconosce che Mitt è quello con le maggiori possibilità di battere Obama. E, del resto, ciò è anche confermato da vari sondaggi nazionali recenti, l’ultimo dei quali vede Romney davanti a Barack per quattro punti.

L’attenzione, anzi il gossip politico, è quindi di fatto slittato sulla seconda decisione per importanza che dovrà essere presa nel GOP, quella del nome che affiancherà Romney sulla scheda in novembre. Ammaestrato dalla lezione della Sarah Palin con John Mc Cain, il candidato che verrà dovrà valutare con attenzione il peso negativo che potrebbe venire da una scelta che offrisse ai Democratici, e ai loro stretti alleati nelle Tv tradizionali (ABC, NBC, CBS) e nei quotidiani più famosi (dal New York Times al Washington Post, dal Los Angeles Times al Boston Globe) il destro per una distruzione sistematica dell’immagine del vice in pectore. La Palin aveva tanti aspetti positivi sulla carta: donna giovane, aspetto interessante e piacente, ex governatrice, conservatrice, cristiana, pro vita, famiglia modello e con bimbo handicappato, carattere volitivo. La sua energia elettrizzò i militanti più di destra del GOP, che nutrivano per il senatore trattativista e moderato dell’Arizona le stesse riserve che hanno oggi i Tea Party verso Romney. Il primo, Mc Cain, aveva il punto di forza nella esperienza militare e nel piglio patriottico e pro-sicurezza; il secondo, Romney, ce l’ha nella carriera di uomo di business di successo. Ma tutto il resto andava completato per Mc Cain, come va  ora per Romney, con una personalità che riempia i buchi e mitighi i difetti del resumé del Numero Uno. La Sarah, a conti fatti, non fece il miracolo di far vincere il GOP con le sue qualità, ma sarebbe ridicolo affermare che fu la causa della vittoria di Obama. La causa, se si vuole cercare un elemento singolo specifico, fu lo scoppio della crisi del 2008 che culminò con il fallimento della Lehman Brothers sei settimane prima del voto di novembre. Il GOP, che governava da otto anni con Bush, non poteva farcela neppure con Reagan redivivo. Fra sette mesi nessuno sa quale sarà il contesto (Guerra all’Iran o no? Ripresa economica o nuova recessione?) ma Romney deve arrivare alla Convention d’agosto del GOP in Florida con il nome del partner già deciso, perché sarebbe il segnale di un partito unito e che ha le sue carte scoperte per vincere la partita contro Barack.

Non stupisce, quindi, che la nebbia si stia diradando su questo aspetto: escono le proposte dei  maggiorenti del GOP, e aumenta la pressione dei giornalisti sui papabili perché ammettano di essere interessati alla carica. Le novità di questi ultimi giorni sono due, Marco Rubio e Paul Ryan, che si aggiungono alla “autocandidatura” del governatore del New Jersey Chris Christie di qualche mese fa. Quando, tra i primi pezzi grossi del partito a scoprirsi, Christie diede il suo appoggio a Romney dopo aver escluso di correre in proprio malgrado le insistenze di tanti, alla domanda ovvia su una possibile vicepresidenza diede una disponibilità non equivoca. Carte di Christie: essere riuscito a vincere il governatorato di uno stato liberal, aver impostato una politica di risanamento del budget proponendo un taglio di tasse, essere nella manica di Nancy Reagan che lo stima molto, essere italo-americano e cattolico.

Poi  è stata la volta di Jeb Bush, ex governatore della Florida e fratello di George W. Bush: confermando che lui, seppure invocato da molti, non sarebbe sceso in campo, Jeb ha indicato Mitt Romney come suo favorito, e il giorno successivo ha lanciato nell’agone Marco Rubio come vicepresidente. Carte di Rubio: ha 40 anni, ha vinto il seggio di senatore in Florida come portabandiera del Tea Party, è cattolico, e soprattutto è ispanico, essendo nato (a Miami) in una famiglia di cubani anticastristi.

Infine, notizia di domenica 25 marzo, Paul Ryan, origini tedesco-irlandesi da 4 generazioni, cattolico, ha ammesso che se gli arrivasse la proposta la prenderebbe in seria considerazione. Ryan è il capo della Commissione Bilancio della Camera, è un giovane tra i leoni quarantenni del GOP, fa il deputato in Wisconsin che è uno stato industriale e operaio, ma soprattutto è l’uomo che ha dato il nome alla proposta del suo partito per una riforma fiscale “piatta” che riduce a due le aliquote e per le misure di rientro dal debito federale attraverso tagli di spesa al welfare. Una visibilità che cresce e che piace al movimento dei Tea Party.

Ultimo, ma non per importanza, è il governatore della Louisiana Bobby Jindal: ha domato bene il suo uragano post Katrina, è giovane, conservatore, cattolico, carismatico e viene da una famiglia indiano-americana. Manca una donna, abbondano le “minoranze” sul piano delle etnie di provenienza (italiana, indiana, cubana che sia), tutti e 4 sono cattolici. Dopo la vittoria del (mezzo) nero e le sconfitte di Hillary e di Sarah, è chiaro che non sono né la pelle né la religione (Romney è mormone) bensì il genere ad essere il tabù più resistente della evoluzione “pro diversity” negli Stati Uniti.
di Glauco Maggi

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